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Terrafutura 2006
Nella terza edizione di Terra Futura, riprendiamo la riflessione sui beni comuni avviata con la seconda edizione, per cercare di affrontare insieme le sfide del cambiamento. Abbiamo capito che le questioni sociali, ambientali ed economiche sono inscindibili, che l’impegno a fianco degli ultimi deve accompagnare l’impegno per la tutela delle risorse naturali, che l’azione per la finanza etica deve puntare a un nuovo sistema economico, che la lotta in difesa dei lavoratori deve rafforzare quella per i diritti degli altri popoli. Questa consapevolezza è alla base del nostro stare insieme a Terra Futura e al centro del momento culturale che promuoviamo insieme. Le sfide che ci attendono sono chiare e riguardano il modello di sviluppo, lo stile di vita, gli orizzonti culturali, le scelte politiche, il disegno del mondo futuro. Possiamo raccoglierle solo se sapremo operare insieme, guardando più a ciò che ci accomuna che a ciò che ci distingue. E in questo ci aiutano le migliaia di iniziative, di esperienze concrete, di buone pratiche che abbiamo saputo mettere in campo. Il nostro percorso comune a Terra Futura si svolgerà in tre spazi: la Piazza dove relatori, esperti, responsabili istituzionali condivideranno con noi la loro conoscenza, l’Arena: dove presenteremo nella pratica le nostre azioni concrete per il cambiamento, il Circolo dove converseremo con amici, portatori del nuovo pensiero.
Vogliamo che l’incontro di tre giorni che abbiamo intitolato “La nostra terra futura: oltre il petrolio, oltre l’ingiustizia” sia per noi e per tutti un’occasione nuova, utile e bella.
Vi aspettiamo!

Arci - Banca Etica - Caritas Italiana - Cisl -
Legambiente - Fiera delle Utopie Concrete -
Fondazione Culturale Responsabilità Etica

L’Arena sarà gestita da Andrea Di Stefano, Radio Popolare/ Direttore del mesile Valori
Il convegno sarà rallegrato dagli intermezzi musicali di Daniele Poli sabato 1, e della “Sound” Street Band domenica 2 aprile

Il futuro delle energie rinnovabili e i limiti di Kyoto
Intervista realizzata da Karl-Ludwig Schibel a Hermann Scheer (*)

Hermann Scheer, deputato nel Bundestag tedesco e presidente di EUROSOLAR sarà ospite il prossimo 1 aprile di Terra Futura, alla Fortezza da Basso di Firenze. Insieme a Stephan Kohler dell’Agenzia Energetica Tedesca, Eric Assadourian del World Watch Institute ed esperti italiani discuterà gli scenari energetici dei prossimi due decenni in Italia e nel mondo. L’”avvocato del solare” e uno dei padri della legge tedesca per le energie rinnovabili, si esprime a favore di una svolta decisa ed immediata verso le energie rinnovabili e critica le speranze nel metano come soluzione intermedia, il “carbone pulito” e l’idrogeno come tante strade sbagliate per tener in vita il sistema energetico esistente.

Domanda: Nella diffusione dell’energia rinnovabile che, come lei sa, in Italia sta avanzando molto lentamente lei parla di una “bugia energetica” che viene curata sistematicamente”. Qual è la bugia e chi la cura?

Scheer: La bugia è che il potenziale di energie rinnovabili non sia sufficiente a sostituire completamente le energie fossili per soddisfare il fabbisogno energetico. Quando si ammette che questo è possibile in via di principio l’argomento è che ci vuole molto, molto tempo. Entrambe le varianti di questa bugia servono per perpetuare e legittimare il sistema energetico convenzionale.

Domanda: Infatti anche quelli che parlano a favore delle energie rinnovabili dicono che uno scenario ottimistico di transito verso le energie rinnovabili prevede nel 2050 una quota del 50%. Il che significa che continueremo ad avere un 50% di energie fossili. Lei sarebbe più ottimista?

Scheer: Naturalmente sono più ottimista, l’ho descritto in tanti articoli e libri e più recentemente nel mio libro “Autonomia energetica”. Ci sono tante ricerche che dimostrano in modo inconfutabile la possibilità di un ri-orientamento completo entro il 2050 verso le energie rinnovabili. Se questo è possibile non esiste nessuna ragione di non farlo e sicuramente ancora meno una ragione per non dirlo.

Domanda: Sull’energia eolica in Italia c’è una grande resistenza. Uno degli avversari più visibile è l’ex commissario all’Ambiente dell’Unione Europea e attuale presidente di Italia Nostra Carlo Ripa di Meana, anche il nostro Ministro all’Ambiente, Altiero Matteoli, ha detto che forse gli impianti eolici possono andare bene nelle pianure della Germania del nord dove non possono distruggere molto ma che non va bene di riempire il paesaggio italiano con questi brutti impianti. Lei cosa dice?

Scheer: Io la considero un’idea assurda e nel contempo un’idea molto ortodossa di protezione del paesaggio. Non esiste più su questa terra neanche un metro quadro di paesaggio protetto. A causa del nostro sistema energetico tradizionale, con il suo inquinamento atmosferico, i suoi cambiamenti climatici, le sue ripercussioni sul ciclo idrico, le siccità, lo scioglimento dei ghiacciai, delle cappe polari, del ghiaccio in Groenlandia, del permafrost, la progressiva desertificazione, le catastrofi da inondazioni, tutto questo ci dimostra che il paesaggio non è più protetto anche se mai nessun essere umano vi entra. Questi fenomeni sono una conseguenza del nostro sistema energetico, come anche dell’uso dell’energia nucleare, che produce calore addizionale che altrimenti non esisterebbe nel computo naturale di calore di questa terra e il suo rapporto con il sole. L’unica prospettiva di protezione del paesaggio è di evitare tutte queste conseguenze del nostro sistema energetico attuale e di stabilire, con la svolta verso un sistema di energie rinnovabili, un nuovo equilibrio. Però questo nuovo sistema energetico ha bisogno anche di terreni dove si istallano i nuovi sistemi. Quindi l’argomento della protezione del paesaggio, come viene usato per esempio da Ripa di Meana, è un modo decontestualizzato di vedere le cose, è uno sguardo isolato sul piccolo biotopo in un periodo dove il biotopo terra è minacciato nella sua totalità. Per questo ogni tentativo di opporsi agli impianti ecologici nel nome della protezione del paesaggio, sono al contempo tentativi - coscienti o incoscienti -  di dare una protezione politica al sistema energetico convenzionale.

Domanda: E lei non vede nessuna necessità di agire a favore di rendere il sistema energetico esistente più ambientalmente compatibile? Per esempio sotto forma di un uso pulito del carbone e di sequestro e stoccaggio del CO2 sotto terra o nel mare?

Scheer: Qui di nuovo siamo testimoni di promesse di innovazioni tecnologiche miracolose per fornire nuove legittimazioni alla manutenzione del sistema energetico esistente. I rischi di queste nuove tecnologie non vengono nominati, come per esempio il problema di dove stoccare la CO2. Vogliamo mettere il CO2 sequestrato nel mare, con tutte le conseguenze che sono imprevedibili? O sotto terra nelle miniere dismesse, con il rischio che si verificheranno delle perdite? Inoltre i costi che devono essere sostenuti sono molto, molto più alti di quelli per la mobilitazione delle energie rinnovabili. Tutto questo è chiaramente in tavola e favorire lo stesso il clean coal, carbone pulito e cercare di evitare in questo modo l’introduzione delle energie rinnovabili è senza prospettiva e senza misura.

Domanda: Lei è un politico, l’esperto energetico del Partito Social Democratico...?

Scheer: Io non sono un esperto energetico del Partito Social Democratico. Rifiuto il concetto dell’“esperto energetico” perché trae in inganno. Gli esperti energetici fanno parte del problema. Loro guardano il sistema energetico attuale nella falsa prospettiva che potrebbe essere neutro in riferimento alle varie fonti energetiche. Il che non è vero, non può essere. Ogni sistema di rifornimento energetico ha un suo taglio preciso con tutta la sua infrastruttura, la sua apparecchiatura tecnica, con delle strutture anche imprenditoriali per la forma di energia per la quale si è deciso. Vale a dire il nostro sistema energetico attuale non è neutro verso altre fonti energetiche.

Domanda: Va bene, in tal caso mi faccia fare la domanda in modo diverso. Lei è una persona che pensa politicamente, è stato onorato dal Time Magazine come “Green Hero of the Century” e questo sicuramente è incoraggiante…

Scheer: No il titolo è “Hero for the Green Century” perché il secolo non è ancora verde!

Domanda: …lo stesso si deve dire che lei nel rifiuto del commercio delle emissioni e del processo di Kyoto è abbastanza solo nel campo ambientale. Dopo l’ultima conferenza delle parti, la COP 11 di Montreal, sono rimasto perplesso anche io che quasi tutte le organizzazioni ambientali abbracciano a pieno cuore questo processo. Un simbolo era l’adesivo del WWF “I love Kyoto”. Questo non le fa sorgere la preoccupazione per che cosa si può contrapporre a questa grande speranza nel mercato come meccanismo dominante e quasi esclusivo per portare avanti il processo di protezione del clima?

Scheer: L’emission trading non ha niente a che vedere con il mercato! Anche se c’è la parola commercio, trading. Questo strumento comporterà una totale burocratizzazione della protezione ambientale e una riduzione del problema dell’energia e della protezione allo scambio di certificati. Mi dispiace ma si tratta proprio dello strumento peggiore che ci sia. E’ preferibile al non fare niente, ma tra tutti gli strumenti esistenti è quello peggiore. E’ peggio come strumento e molto più burocratico di qualsiasi tassa ecologica, è molto peggio come strumento della legge tedesca a favore delle energie rinnovabili che solo negli ultimi 6 anni ha contribuito ad evitare 50 milioni di tonnellate di CO2, mentre l’attuazione del Protocollo di Kyoto per la Germania fino al 2012, attraverso l’emission trading e gli altri due meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto, hanno come obiettivo solo 10 milioni di tonnellate. Il problema del Protocollo di Kyoto sono i meccanismi flessibili e mi dispiace doverlo dire, non mi irrita minimamente che siamo in pochi che lo diciamo. Però non sono il solo, ci sono molti altri; più che non si pensi. Nomino solo Wolfgang Sachs che ha messo anche per iscritto una dura critica anni fa quando è stato presentato il Protocollo di Kyoto.

Domanda: E’ vero. Al tempo, immediatamente dopo l’uscita del Protocollo di Kyoto eravamo in molti che l’hanno criticato. In seguito la maggior parte ha ripensato la propria posizione.

Scheer: Hanno fatto una svolta per un falso senso di realismo. Nel corso delle conferenze internazionali si è affermato un meccanismo di integrazione. Le organizzazioni non-governative sono state coinvolte, sempre di più si è diffusa la sensazione di influenzare il processo e la conseguenza è stata un adattamento, un arrangiarsi. Così come si può osservare criticamente con i partiti politici, cosa sono diventati gli obiettivi di fondo nella prassi, dove cominciano a fare compromessi. Sarebbe ingenuo pensare che questi meccanismi non si verifichino con le organizzazioni non-governative.
Lancio alcuni spunti per rendere comprensibile questa critica.
1. Comincio con il concetto che già ci mette su un sentiero sbagliato, il “diritto alle emissioni” che è altamente problematico. Se sostituiamo il concetto del diritto alle emissioni con quello del diritto ad uccidere tutti rimangano sconvolti. Però le emissioni di oggi uccidono, in molti modi; si deve solo guardare i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità o le conseguenze dell’utilizzo convenzionale dell’energia sotto forma dell’inquinamento atmosferico, non prendendo neanche in considerazione i cambiamenti climatici. Per questo ritengo il “diritto alle emissioni” è insopportabile.
2. Inoltre, con i meccanismi flessibili, l’obiettivo minimo del Protocollo di Kyoto di ridurre le emissioni del 5 % entro il 2012 – e questo solo tra i paesi industrializzati che hanno ratificato il Protocollo - diventa di fatto il limite massimo del proprio agire.
3. Chi potrebbe immaginarsi che con questi strumenti ci sarà il grande salto in avanti nella fase di Post-Kyoto? Nessuno se lo può immaginare sul serio, se si agisce con un obiettivo minimo di questo tipo e se poi si fanno le grandi lodi di ciò, riduce in modo drastico la legittimità e l’autorità della voce delle organizzazioni ambientali ad un piatto pragmatismo.
4. E come ultimo punto: Il Protocollo di Kyoto fa venire a meno o elimina totalmente la propria responsabilità che una volta, dopo la Conferenza di Rio, si è concretizzata nello slogan “Pensare globalmente, agire localmente”. Questo pensiero viene cancellato con l’emission trading. Viene messo in vigore un meccanismo per allocare i mezzi finanziari in quell’angolo del mondo dove l’efficienza di riduzione delle emissioni è più alta. Con il risultato logico vincolante, se il sistema veramente funzionasse - il che non sarà il caso – che un qualsiasi investimento nella protezione dell’ambiente che ha a che vedere con i gas serra in un paese sviluppato, ad alto livello di redditi come i paesi dell’Unione Europea, sarebbe da considerare come non etico perché sempre si potrebbe dimostrare che in un qualche altro luogo del mondo un altro attore potrebbe fare con gli stessi mezzi finanziari una riduzione più grande di CO2. Vale a dire che l’elemento della responsabilità immediata, individuale e locale viene eliminato in una mentalità tecnocratica. Il concetto della responsabilità viene anonimizzato e in tal modo eliminato. Mi dispiace, ma considero agghiacciante come vengono fatte le lodi del Protocollo di Kyoto e sono convinto che molti fra qualche anno saranno sorpresi di se stessi, di come potevano avere al tempo uno sguardo così privo di critica.

Domanda: Lei sicuramente avrà occasione di approfondire questo punto a Terra Futura visto che ci sono molti che cercano proprio di usare il commercio con i certificati di emissioni come strumento per motivare i privati, ma anche gli enti pubblici, ad impegnarsi a favore della protezione del clima.

Scheer: Senza fare un passo indietro nella mia dura critica va detto che in quei paesi dove non c’è nessuna legislazione adeguata che andrebbe oltre il Protocollo di Kyoto, ci si appoggia sull’unico strumento che attualmente è a disposizione. Non è una ragione sufficiente per glorificare questo Protocollo.
Se gli Stati Uniti d’America avessero ratificato il Protocollo di Kyoto oggi il dibattito sarebbe molto più critico. Solo perché gli Americani erano contro il Protocollo di Kyoto molti pensano che sia una buona cosa. Si tratta soltanto di un effetto psicologico. A Montreal durante la COP 11 ho parlato con molta gente e mi sembra piuttosto visibile come andranno le cose con Kyoto 2, quale sarà la politica favoreggiata dai governi: il carbone pulito e l’energia nucleare.

Domanda: Ma possiamo essere d’accordo che questa spinta verso l’energia nucleare è senza chance?

Scheer: Ma no! Chi lo dice?

Domanda: In Germania voi avete un unico Ministro che è a favore dell’energia nucleare. In Italia periodicamente questo dibattito risorge, ma io non vedo nessuna chance realistica che questa tecnologia si riaffermi.

Scheer: Io ammonisco di non prendere sul serio questo fenomeno della propaganda a favore della rinascita dell’energia nucleare. Chi sottovaluta un avversario ha già perso. Il dibattito della rinascita dell’energia nucleare è in atto a pieno ritmo a livello globale ed è organizzata perfettamente e ci sono dei gruppi molto potenti che ci stanno dietro.

Domanda: Quindi mentre io direi che questo dibattito è risorto ogni tanto da quando è successo Chernobyl, ormai 20 anni fa, ma di fatto sono stati costruiti molto meno impianti e si tratta di una tecnologia in via d’uscita lei ci mette in guardia di non sottovalutare l’avversario?

Scheer: Infatti, non dobbiamo sottovalutare la minaccia nucleare. La Cina ha annunciato che costruirà altri 32 impianti, l’India sta progettando nuove centrali, andrò prossimamente in Vietnam perché lì c’è un dibattito dove alcuni vogliono impedire al governo attuale di promuovere l’energia nucleare. Un altro fatto preoccupante: la Commissione Europea vuole triplicare il finanziamento per EURATOM. Sono pochi indicatori, ma significativi.
La decisione degli Stati Uniti del 2001 di uscire dal Protocollo di Kyoto ha liberato la strada per escludere l’energia nucleare dalle forme di energia che contribuiscono alla salvaguardia del clima. Predico che questa decisione non troverà una maggioranza per Kyoto 2.

Domanda: Lei vuole dire che l’energia nucleare farà parte di Kyoto 2?

Scheer: Sì è proprio quello che voglio dire. Lei guardi la posizione britannica di Tony Blear, conosciamo ormai la posizione della Francia, quella del Giappone che chiaramente va a favore del nucleare, gli italiani, gli americani, i russi, i cinesi….Sarebbe irresponsabile sottovalutare questa rinascita dell’energia nucleare che è solo all’inizio. Non si tratta di un fuoco di paglia. E di nuovo ci troviamo di fronte alla bugia energetica con l’affermazione che per ragioni di protezione del clima non si può rinunciare all’energia nucleare perché le energie rinnovabili richiedono troppo tempo o non bastano.
Torniamo sempre sullo stesso punto: vengono ignorate sistematicamente tutte le ricerche che sono state fatte per il Governo Tedesco, per l’Unione Europea, negli Stati Uniti o la Francia, che io cito nei miei libri e che affermano la possibilità di una svolta piena verso le energie rinnovabili. Tutto questo viene ignorato perché è ovvio che con la trasformazione verso le energie rinnovabili il sistema energetico attuale non continuerà ad esistere.


 (*) Dr. Hermann Scheer
Dr. Hermann Scheer (1951) è dal 1980 deputato al Bundestag tedesco. Laureato in Scienze Economiche e Sociali, dopo i suoi studi all’Università di Heidelberg e Berlino è stato dal 1972 al 1976 ricercatore all’Università di Stoccarda e dal 1976 al 1980 ricercatore al Centro per la Ricerca Nucleare a Karlsruhe nel settore Analisi di Sistemi.

E’ presidente dell’Associazione Europea per le energie rinnovabili EUROSOLAR e presidente del Consiglio Mondiale per le energie rinnovabili. Hermann Scheer ha ricevuto nel 1998 il premio Solar mondiale, nel 1999 il premio Nobel alternativo (Right Livelihood Award), nel 2000 il premio mondiale per la Bio-energia, EDIENERGIA, nel 2004 il premio mondiale per l’Energia Eolica ed è stato nominato da Time Magazine "Hero for the Green Century".

È autore, tra l’altro, di “Il solare e l’economia globale, energia rinnovabile per un futuro sostenibile” Edizioni Ambiente, 2004, Milano



La fonte energetica più importante - l'efficienza energetica
Intervista realizzata da Karl-Ludwig Schibel a Stephan Kohler (*)

Stephan Kohler, direttore dell’Agenzia energetica tedesca, sarà ospite il prossimo 1 aprile di Terra Futura, alla Fortezza da Basso di Firenze. Insieme a Hermann Scheer, Christopher Flavin ed esperti italiani discuterà gli scenari energetici dei prossimi due decenni in Italia e nel mondo. La sua insistenza sull’efficienza energetica e l’appoggio del carbone, da esperto ambientalista storico, sicuramente forniscono elementi per un dibattito vivace sui sentieri verso un futuro sostenibile di cui evidentemente esiste più di uno.

Domanda: Ing. Kohler, che cosa fa l’agenzia energetica tedesca?
Kohler: L’agenzia energetica tedesca è il centro di competenza per l’efficienza energetica e per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Sviluppiamo e realizziamo per il governo tedesco strategie e progetti per un’economia energetica sostenibile sul mercato tedesco nazionale ma anche europeo e internazionale.

Domanda: Chernobyl, lei è mai stato lì?
Kohler: Sì. L’incidente del reattore fu il 26 aprile 1986, io ci sono stato nell’ottobre del 1988, quindi un anno e mezzo dopo.

Domanda: Lei che direbbe 20 anni dopo?
Con i suoi studi come direttore del settore energia del famoso Eco Istituto di Freiburg, lei ha contribuito in modo sostanziale a un discorso anti-nucleare in Germania che poi ha trovato una sua realizzazione politica nella decisione del governo tedesco precedente di uscire entro l’anno 2021 dalla produzione di energia elettrica con il nucleare. Oggi qual è la sua valutazione? Si trattava di un incidente singolare che oggi più che altro commemoriamo come un evento tragico del passato?
Kohler: Chernobyl ha rappresentato una cesura nello sviluppo dell’energia nucleare non solo in Russia ma a livello globale. Da quel momento in poi abbiamo assistito ad una discesa dell’energia nucleare e quello che viene sempre ipotizzato, il rinascimento dell’energia nucleare, tutt’oggi non è riconoscibile. Si discute molto di nuovi progetti, ma di fatto si costruiscono poche centrali nucleari.
Direi che Chernobyl non è stato un caso unico, ma se si dovessero costruire davvero a livello globale nuove centrali nucleari per coprire una parte sostanziale del fabbisogno con questa fonte ci saranno altri incidenti. Questi incidenti sicuramente saranno diversi nel loro carattere tecnico-fisico visto che ci sono molti percorsi che potrebbero portare ad un’immissione massiccia di sostanze nucleari nell’ambiente. Inoltre va ricordato che ci sono stati molti altri incidenti. Nell’occidente tutti parlano di Chernobyl, ma nell’ex Unione Sovietica ci sono molti luoghi altamente inquinati da radiazioni nucleari come per esempio Chelyabinsk. Facilmente si dimentica che anche nell’occidente ci sono stati incidenti con centrali nucleari come per esempio Harrisburg dove abbiamo avuto fortuna. A livello mondiale ci sono stati molti più incidenti nelle centrali nucleari di quanti siano stati percepiti dal pubblico.

Domanda: Secondo lei che cosa hanno in mente quelli che parlano a favore dell’energia nucleare? Tra loro, mi sembra, in Germania c’è l’attuale Ministro all’Economia, in Italia ci sono delle voci forti anche presentandosi come sensibili alle questioni climatiche. Agiscono in buona fede o come dobbiamo capire questi interventi a favore dell’energia nucleare?
Kohler: Certo che quelli che parlano a favore dell’energia nucleare a volte sono motivati anche da interessi economici ma non si può limitare a ciò. Ci sono molti che sono convinti che l’energia nucleare sia necessaria per soddisfare un fabbisogno energetico in forte crescita a livello globale, e consapevoli dei problemi del clima, identificano l’energia nucleare come l’unica strada d’uscita. Quello che manca in questa prospettiva, spesso anche per mancanza di conoscenze, è che le vere risposte stanno sul lato dell’efficienza energetica e della gestione della domanda.
A parità di servizi, possiamo ridurre notevolmente la quantità di energia impiegata e sono in forte evoluzione le tecnologie per trasformare l’energia primaria in modo sempre più efficiente, dalla cogenerazione alle energie rinnovabili. Ma questo purtroppo è troppo poco presente. Esiste una fissazione sulle grandi tecnologie e sulle grandi opere, invece vengono considerate spiccioli in questa mentalità le innumerevoli possibilità di usare l’energia in modo efficiente, non solo in Germania e Italia, ma anche in Russia e Cina. Finora non siamo stati in grado di creare una consapevolezza, né nelle posizioni apicali, né tra il grande pubblico che “l’efficienza energetica” è una grande fonte di energia, anzi, forse la fonte più importante in assoluto.
Quindi il nostro obiettivo deve essere una politica energetica che parte dal lato della domanda dove a lungo termine possiamo garantire un alto livello di benessere a un basso livello di consumo di fonti energetiche primarie.

Domanda: Come dobbiamo valutare la dipendenza dal gas dalla Russia? O più in generale che cosa si può dire sulla sicurezza energetica?
Kohler: Abbiamo delle situazioni diverse a seconda dei settori. Nel mercato del calore e del trasporto c’è una grande dipendenza dal petrolio e dal metano, nel settore delle centrali elettriche invece ci sono più possibilità perché si può anche usare il carbone che ha una distribuzione a livello globale molto diversa dal petrolio e dal metano. In particolare, con il petrolio i problemi diventeranno più forti in futuro perché la sua estrazione si concentrerà sempre di più nel Vicino e nel Medio Oriente, con il metano la situazione è un po’ diversa perché grandi riserve esistono in Russia. La Russia finora è stata un partner energetico sicuro anche durante i tempi della guerra fredda. I grandi metanodotti sono stati costruiti 33 anni fa, funzionano da 33 anni e da 33 anni non c’è mai stato dal lato russo una violazione dei contratti di fornitura. A me pare che si può dire che la Russia è un partner sicuro e rimarrà molto importante per l’Europa. Se guardiamo il prezzo di oggi - e partiamo dall’idea che il prezzo del petrolio e del gas non scenderà sotto i livelli attuali - altre opzioni diventano interessanti come per esempio la liquefazione del metano che rende i metanodotti superflui e facilita il trasporto del gas in navi cisterna, come avviene con il petrolio. Questo creerebbe un’indipendenza maggiore dalla Russia, ma oggi e per i prossimi 10/20 anni tale dipendenza rimane.

Domanda: Lei ha parlato en passant del carbone e dell’uso del carbone. In quali condizioni lei ne ritiene giustificabile l’impiego come una fonte energetica primaria?
Kohler: Dobbiamo partire dall’idea che il carbone rimarrà - e lì altra strada non esiste - una fonte energetica importante a livello globale, in Russia, Cina, India e anche nell’America del Sud. Il vantaggio del carbone è la distribuzione geografica e le immense riserve che probabilmente basteranno per i prossimi 300/400 anni, mentre con metano e petrolio stiamo parlando dei prossimi 30/60 anni. Già queste due prospettive fanno una grande differenza che spinge verso l’uso del carbone. Ma per impiegare tale fonte energetica in modo accettabile, anche sotto aspetti climatici, devono essere sviluppate tecniche che permettono la minimizzazione delle emissioni di CO2. Tecniche che oggi esistono per il sequestro e lo stoccaggio del CO2 dai gas di scarico. Andrebbe capito dove e come viene immagazzinato il CO2, personalmente darei una grande priorità allo sviluppo di queste tecniche e sono convinto che queste tecniche saranno disponibili a larga scala entro il 2015/2020.

Domanda: Quindi il sequestro e lo stoccaggio dell’anidride carbonica come strada reale per rendere il carbone accettabile come fonte energetica primaria?
Kohler: Non solo il carbone, ma parlo anche del metano e del petrolio. E’ vero che le loro emissioni specifiche di CO2 sono più basse del carbone, ma stiamo sempre parlando di un 60/70% di emissioni in paragone al carbone. Quindi si tratta di trovare per tutte le fonti energetiche fossili, metano, petrolio, carbone che vengono utilizzate nelle centrali elettriche, tecniche per estrarre il CO2 e immagazzinarlo.

Domanda: E questa la ritiene non solo una strada percorribile ma anche una strada sensata? Se ho capito bene, guardando il transito dal fossile al rinnovabile lei vede una tappa intermedia in cui non semplicemente si brucia il meno possibile le fonti fossili e si rafforza al massimo il transito verso il rinnovabile, ma anche una fase di sviluppo tecnologico e di applicazione a larga scala di tecnologie “pulite” per l’utilizzo delle fonti fossili, visto che queste ultime saranno applicate a larga scala per decenni, e nel caso di carbone presumibilmente anche per secoli. Come quindi vorrebbe definire le priorità nel transito dal fossile al rinnovabile?
Kohler: Dobbiamo realizzare non solo in Europa ma a livello globale una strategia energetica che ha come priorità la mobilitazione e realizzazione dell’efficienza energetica sul lato della domanda. E’ un punto importante che sempre viene dimenticato. Questa strategia energetica può ridurre notevolmente il fabbisogno assoluto di energia. Come secondo punto dobbiamo mobilitare i potenziali delle energie rinnovabili che devono essere adattati alle situazioni territoriali. In Siberia e in Sicilia ci sono potenziali e condizioni climatiche diverse per l’uso delle energie rinnovabili, quindi le tecnologie devono essere adattate alle zone d’impiego. In Siberia dove le centrali eoliche devono funzionare anche a –60° occorrono tecniche specifiche per rendere accessibili e applicabili le energie rinnovabili che devono comunque in generale diventare più efficienti.
Però con l’uso delle energie rinnovabili e l’uso razionale dell’energia non possiamo evitare che ancora per decenni dobbiamo anche usare energie fossili perché un transito verso un mondo che funziona al 100% rinnovabile è pensabile per il 2100 o più probabilmente per l’anno 2150. Fino a questo momento utilizzeremo le fonti energetiche fossili e visto che abbiamo un problema del clima dobbiamo far sì che la trasformazione delle fonti energetiche fossili in energia utilizzabile, deve essere più efficiente e con meno emissioni possibili. Se nascono delle emissioni di gas serra devono essere estratte e immagazzinate in un luogo sicuro, causa problemi climatici. Questa è una strategia che dal mio punto di vista è ragionevole e per parlare delle dimensioni quantitative partiamo dall’idea che nell’anno 2050, se promuoviamo una strategia molto ambiziosa di efficienza energetica e di energie rinnovabili, un 50% del rifornimento energetico sarà ancora da fonti fossili. Ma questo è già un obiettivo molto ambizioso.

Domanda: Lei ha contribuito in modo sostanziale al discorso energetico degli Anni ’80 quando è stato in Germania co-autore dell’idea della “svolta energetica”. Oggi, 25 anni dopo, qual è la differenza più importante fra il direttore del settore energia dell’Eco Istituto del 1980 e il direttore dell’Agenzia energetica federale del 2006?
Kohler: Abbiamo oggi una discussione politica molto diversa. Nel 1975/80, quando è stato fondato l’Eco Istituto, il dibattito su una strategia ecologica per la politica energetica era una posizione assolutamente minoritaria, era terreno nuovo da demarcare. Sia in Germania che in altri paesi si partiva dall’idea di una crescita annuale di consumo energetico del 7%, il che significava che ogni 10 anni ci sarebbe stato un raddoppiamento. C’era un’euforia della crescita e qualsiasi persona che diceva una cosa diversa era un “verde pazzerello”. Questa situazione è cambiata in modo drammatico, oggi è riconosciuto che dobbiamo agire - anche se come dicevo è sempre troppo debole la consapevolezza dell’efficienza energetica – e che dobbiamo agire insieme all’industria, all’economia, ed è questa una differenza essenziale. Negli anni 1975/80 siamo partiti con la resistenza contro qualcosa, abbiamo fatto degli scenari alternativi, ma non siamo andati oltre. Ora si tratta di attuare e di realizzare. Oggi l’Agenzia energetica tedesca agisce, innanzi tutto, con i grandi attori economici con i produttori di energia elettrica, ma anche l’industria chimica e dell’acciaio, per sviluppare strategie e progetti di efficienza energetica. In una frase: gli Anni ’80 erano la discussione teorica di scenari; oggi dobbiamo imboccare sentieri di attuazione con i grandi attori sul mercato e nel campo.



(*) Stepan Kohler (1953) è da ottobre del 2000 direttore dell’Agenzia Energetica Tedesca s.r.l. (Deutschen Energie-Agentur - dena).

Dopo le sue attività con il TÜV (Ente di certificazione e ispezione) della Baviera, settore tecnica nucleare/protezione dalla radiazione e con la MAN Settore nuove tecnologie (entrambi a Monaco) e la Hochtemperatur Reaktorbau GmbH (costruzione di reattori ad alta temperatura) a Mannheim, ha lavorato dal 1981 con l’Ecoistituto di Freiburg. Dopo la collaborazione in una ricerca tedesca sul rischio delle centrali nucleari, fase B, dal 1983 ha assunto la direzione del settore energia e dal 1988 la realizzazione dell’ufficio di informazione ambientale (Ecoinform) a Mosca.

Nel 1991 è diventato direttore della nuova Agenzia Energetica della Bassa Sassonia fondata dal Land di Bassa Sassonia e dalla VEBA S.p.A. ad Hannover. Dal 1982 al 1984 è stato membro della presidenza dell’Associazione Federale delle iniziative civiche ambientali (Bundesverband Bürgerinitiativen Umweltschutz), dal 1991 al 1993 membro della presidenza dell’Ecoistituto di Freiburg, dal 1995 al 1997 membro nel consiglio consultivo del BUND (Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland e.V., Amici della terra in Germania) e dal febbraio 2000 al marzo 2001 presidente dell’Associazione delle Agenzie Energetiche della Germania (EAD e.V.). Dal giugno 2001 è membro del Advisory Committee del Consiglio Mondiale per le Energie Rinnovabili.

E’ autore dei libri “La svolta energetica è possibile” e “L’economia dell’energia solare”, coautore del libro “Nuovi percorsi per la protezione del clima” come anche di numerose pubblicazioni su temi dell’economia e della politica energetica.

La comunità - l'unità chiave del cambiamento sociale
Intervista realizzata da Karl-Ludwig Schibel a Erik Assadourian (*)

Domanda: Potrebbe darci una sintesi di come percepisce le tendenze globali di consumo dei carburanti fossili e il futuro delle energie rinnovabili?

Assadourian: Sono convinto che uno scenario realistico è che continueremo ad utilizzare carburanti fossili, anzi che ne diventeremo più dipendenti invece di allontanarcene. In parte questo ha a che vedere con la struttura del sistema energetico esistente e i poteri economici in questo settore, con l’interesse delle grandi compagnie di mantenere il monopolio in queste industrie. Certo, potrebbero fare la transizione alle energie rinnovabili e posizionarsi come leader nel campo, ma la strada più facile e più redditizia è di continuare ad andare nella direzione in cui stanno andando. Uno scenario in cui vedo che le energie rinnovabili diventeranno una forza dominante è quello in cui sono pensabili come risultato dello sforzo di un movimento concertato della società civica che simultaneamente esercita pressioni sulla politica, sui governi del mondo e direttamente esercita pressioni sulle corporation chiedendo questa transizione verso un’economia di energie rinnovabili e un’industria meno energivora.

Domanda: Quindi non sarebbe una questione del petrolio che diventa più raro, dei prezzi che salgono, della situazione della sicurezza globale che diventa più minacciosa?

Assadourian: No, non penso. E’ vero che se i prezzi aumentano alcune energie rinnovabili ne trarranno vantaggio, quindi si allargherà il consumo del biodiesel, ma visto che il consumo di energia complessivamente cresce e i prezzi aumentano in modo da rendere redditizie anche estrazioni di petrolio che prima non lo erano, nuove forme di carburanti fossili riempiranno il vuoto, insieme al carbone, sia quello che artificialmente viene chiamata “clean coal” o il vecchio carbone normale.

Domanda: Lei parla di “artificialmente” perché dubita delle possibilità di rendere il carbone più pulito?

Assadourian: Ci sono due aspetti del carbone, i componenti tossici che vengono rilasciati nella combustione e tutto questo può essere abbattuto, alzando naturalmente i costi, ma per quanto riguarda la mitigazione dell’effetto serra non mi convince di sequestrare l’anidride carbonica, perché per quanto tempo sarà efficiente il sequestro del carbonio stoccato in una miniera dismessa? Per quanto tempo questo sarà al sicuro? Per 100 anni, per 500 anni? Prima o poi questa anidride carbonica uscirà, quindi il problema viene solo spostato.

Domanda: Questo suo scenario cosa significa per il cambiamento climatico?

Assadourian: Ci sono due scenari quello del business as usual dove i cambiamenti climatici veramente andranno fuori controllo e questo sicuramente non significherà che la gente avrà paura e smetterà di usare le energie fossili, ma che invece diventerà più dipendente da risorse territoriali, come per esempio il carbone. Dal mio punto di vista di cittadino americano posso dire che il nostro governo non sarà una forza propulsiva per un modello di energie rinnovabili, salvo che la maggioranza dei cittadini americani cambieranno la propria posizione, per paura o per entusiasmo, sulle energie rinnovabili ed eserciteranno pressioni sul governo e sulle grandi imprese. Quindi la forza decisiva sarebbe un movimento globale dal basso.

Domanda: Rimaniamo con le grandi imprese. Lei giustamente dice che il sistema esistente è costruito sulle energie fossili e continuerà a sfruttare queste risorse. Nell’ultimo capitolo del State of the Word Report 2006 con il titolo “La scommessa delle corporation etiche” lei mette una speranza considerevole nel business come un partner indispensabile per un futuro energetico sostenibile. Una parte consistente del movimento ambientale avrebbe dei problemi a credere ciò. Le grandi imprese vivono sotto l’imperativo “crescere o morire”, devono fare un guadagno e quelle che lo fanno con l’immagine verde, come British Petroleum, estraendo il petrolio recano dei danni ambientali altrettanto devastanti della Exxon. Che cosa significa poi se BP, una delle compagnie petrolifere più grandi del mondo, comincia ad usare nel marketing lo slogan “oltre il petrolio” e chiede in una delle sue pubblicità quanto è grande la sua impronta ecologica?

Assadourian: Significa che hanno un’eccellente agenzia di pubbliche relazioni! E’ giusto che vivano sotto questo imperativo, ma è anche giusto che il business sia indispensabile per un futuro energetico sostenibile, semplicemente perché ha tante risorse, ma non sono molto ottimista che saranno la forza propulsiva di questo processo. Però quando sono sotto pressione da parte dei loro stakeholders e da parte dei loro azionisti, quando i governi cambiano e se i governi cambiano le regole del gioco, questo poi produrrà i cambiamenti. Ci sono alcuni leader industriali che sicuramente fanno parte del processo verso un’economia sostenibile. Certo che BP fa le sue campagne pubblicitarie a favore dell’ambiente per evitare di diventare bersaglio delle organizzazioni non governative nella denuncia delle imprese per i loro comportamenti anti-ecologici e anti-umanitari con azioni spettacolari, come per esempio incatenarsi alle porte della loro sede principale. Si tratta, se vogliamo, di un tipo di assicurazione. Ma il tutto non si limita a ciò, BP ha comprato anche delle compagnie che producono collettori solari, quindi fanno qualche passo via dal fossile anche con dei profitti nel settore del rinnovabile.
Guardiamo l’esempio della GE (General Electric), la nona più grande corporation a livello mondiale. Nel 2004 ha lanciato il suo progetto “ecomagination” con l’impegno di investire, nei prossimi cinque anni, un 1,5 miliardi di dollari in tecnologie ambientali e di ridurre le emissioni di gas serra, entro il 2012, dell’1%. Il movente dell’impresa è esplicitamente economico: entro il 2010 prevede di avere dei ricavi intorno ai 20 miliardi di dollari dalla costruzione di turbine di gas ad un elevato rendimento ed altri prodotti “verdi” tipo locomotive ibride diesel/elettriche. Se guardiamo il mondo del business ci sono diverse forze propulsive che nella mia valutazione però complessivamente non basteranno per fare il cambiamento. Ci vuole di più, cioè le pressioni da parte di stakeholders. In questo contesto i movimenti sociali hanno un ruolo chiave.

Domanda: Sicuramente siamo d’accordo in questa enfasi sul ruolo del movimento dal basso solo che in Europa una parte del movimento sicuramente a lei porrebbe la domanda: è veramente il caso di concentrare le nostre energie cercando di essere il bastone o la carota per le grandi imprese o non concentrare la nostra energia ad esercitare pressioni sulla politica e a costruire un altro mondo a un livello locale, territoriale?

Assadourian: Mi piace questa domanda se l’obiettivo non dovrebbe essere di mettere le comunità locali in grado di costruire sistemi energetici territoriali in piccole unità decentrate o se dovremmo concentrarci sulle grandi compagnie. Sono convinto che questi sono due lati della stessa medaglia, non tutte le organizzazioni non governative si sentono a loro agio nel cercare di esercitare delle pressioni sulle grandi imprese e fare delle manifestazioni per strada e altre hanno grandi capacità di lavorare dentro le comunità locali. Penso che tutti e due gli approcci sono essenziali per esercitare delle pressioni sulle grandi imprese e per portare avanti i processi nelle comunità locali, principalmente per tre ragioni:
Più viene rafforzato il potere economico locale, più diminuisce il potere economico delle grandi imprese transnazionali. Relocalizzando la nostra economia diventiamo più dipendenti dall’agricoltura sul luogo, dagli impianti eolici e dai collettori solari che sono o di proprietà della comunità o di gruppi di individui organizzati come cooperative. Tutto questo diminuirà il potere delle grandi imprese.
In una cultura individualista noi spesso vediamo l’individuo come agente del cambiamento sociale, ma penso che qui c’è un problema perché l’individuo singolo è spesso sotto molte più pressioni e non dispone di una rete di sostegno. Una comunità è l’unità chiave per il cambiamento sociale, sono le comunità che cambiano e cambiando imparano che stanno meglio con un’economia localizzata, hanno meglio da mangiare a causa dell’agricoltura locale, si abbassano le bollette e hanno a disposizione più tempo.
Nel caso dello scenario peggiore, se dovessimo veramente entrare in una nuova età buia con i sistemi ambientali intorno a noi che si stanno indebolendo. Questo non mi piace come argomento e sicuramente non è una forza principale per la costruzione di comunità sostenibili.

Domanda: Quindi lei vede un ruolo complementare tra rafforzare le comunità locali ed esercitare pressione sulle imprese transnazionali?

Assadourian: Sì, assolutamente.

Domanda: Possiamo dire che il suo modello è che nel medio andare avremo una interazione tra un’economia che va avanti a forza del mercato e un pubblico di stakeholders che agiscono sulla base di valori?

Assadourian: Direi un’economia ecologica del mercato insieme ad un pubblico motivato da valori. Questo modello potrebbe funzionare se la maggior parte dei costi ecologici fossero internalizzati ai costi dei beni economici: il costo del carbonio, il costo dei rifiuti tossici che vengono prodotti e tutti gli altri effetti secondari che attualmente rimangono completamente fuori dai calcoli dei costi.

Domanda: Il mercato potrebbe essere un meccanismo valido nella misura in cui i costi ambientali attualmente esterni vengano internalizzati?

Assadourian: Si, penso che il mercato potrebbe funzionare se l’input e l’output fossero accurati, in questo momento non sono corretti.

Domanda: E qual è la sua valutazione, in questo contesto, del commercio delle emissioni come uno strumento per combattere i cambiamenti climatici?

Assadourian: Penso che abbiamo bisogno di ogni strumento di cui disponiamo, l’emission trading ha molti problemi tra di loro che gli Stati Uniti non vi partecipa, il che è una grande distorsione del processo, inoltre  il prezzo del carbonio è basso; il clean development mechanism non funziona del tutto accuratamente però penso come principio è una buona idea, è un modo di internalizzare dei costi dei cambiamenti climatici, in modo che l’uso delle energie fossili diventa più costoso in paragone al sole o al vento. Se si potesse far funzionare questo commercio sarebbe una buona cosa.


 (*) Erik Assadourian
Erik Assadourian, dopo gli studi di psicologia e antropologia, ha lavorato come ricercatore in India e nel campo della cooperazione nella Repubblica Dominicana. In seguito è stato organizzatore ambientale con il “U.S. Public Interest Research group”, impegnato nella sicurezza chimica e il rapporto tra sostanze tossiche e salute. Dal 2002 è ricercatore al World Watch Institute di Washington ed è stato co-direttore del “State of the World 2005”. Le sue aree di specializzazione sono: sicurezza globale, consumo, responsabilità sociale delle imprese, comunità sostenibili e cambiamento culturale. Ha pubblicato numerosi articoli, in particolare sulle minacce dalla nostra cultura consumistica; è a sua firma il capitolo conclusivo del “State of the World 2006”, “La scommessa delle corporation etiche”, Edizioni Ambiente.

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