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2002 / Dopo Johannesburg
Johannesburg, la sostenibilità e lo sviluppo locale

Sarà da vedere nei prossimi anni se il vertice mondiale di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile è stato un successo o meno. Certo non sono le affermazioni programmatiche del documento finale il criterio, né le dichiarazioni solenni, da Romano Prodi a Toni Blair, da Kofi Annan a Jacque Chirac, sull’obbligo della comunità globale di risolvere la situazione critica del pianeta.
Se guardiamo i problemi che il Vertice sull’ambiente e lo sviluppo ha dovuto affrontare dieci anni dopo la prima conferenza sul tema a Rio, l’urgenza non potrebbe essere più grande. In questo ultimo decennio la miseria è cresciuta a dismisura al punto che oggi circa 800 milioni di persone in questo mondo non hanno l’accesso all’acqua potabile e un miliardo non sa che cosa mangiare domani. I paesi ricchi hanno concordato a Rio di dedicare un 0,7% del PIL alla cooperazione. Al tempo la Germania ne dedicava lo 0,4%, oggi solo lo 0,3%!
Non sorprende quindi che i paesi del Sud hanno insistito per parlare a Johannesburg prima dello sviluppo e poi dell’ambiente mentre, nel Nord l’attenzione è rivolta innanzitutto sui danni alla base naturale della vita umana e sulle minacce che nascono dai rapidi cambiamenti che stiamo vivendo. Difatti anche per l’ambiente il bilancio dei 10 anni da Rio mostra poche luci. Alcuni dati sono migliorati, come per esempio le emissioni dei cfc, ma complessivamente avanza la riduzione della biodiversità, aumenta la concentrazione dei gas di serra nell’atmosfera, progredisce la distruzione del suolo e l’inquinamento dell’aria e dell’acqua.
Johannesburg non è stata l’occasione per presentare grandi proclamazioni d’intento. Quelle esistono sotto forma delle convenzioni di Rio sulla biodiversità, i cambiamenti climatici, la desertificazione; gli impegni a livello generale sono già stati presi in passato, adesso si tratta di attuarli, applicarli, dare le gambe alla sostenibilità. E qui i dati poco edificanti sullo sviluppo e l’ambiente da Rio ad oggi traggono in inganno se vengono letti come indicatori di mancanza di attività nella speranza che adesso, finalmente, quest’inattività dovrà cedere a un nuovo processo di Johannesburg.
La situazione grave che ci troviamo di fronte oggi è il risultato non di inattività ma di intense attività costruttive e distruttive, di promuovere processi di sostenibilità o di frenarli. Rio de Janeiro è stato anche un segnale di allerta per le forze anti-ecologiche ad organizzare la resistenza contro la protezione delle risorse naturali nel Sud e la riduzione dell’impronta ecologica nel Nord. L’industria petrolifera ed automobilistica, l’industria chimica e degli armamenti, l’agrobusiness e i narcotrafficanti e troppi altri non possono avere un interesse a dare delle regole al commercio internazionale a favore della protezione degli spazi naturali del Sud e dei popoli che ci vivono. Non possono avere un interesse nell’abbassare le emissioni di anidride carbonica nel Nord per proteggere il clima.
In poche parole: anche gli avversari della modernizzazione ecologica si sono organizzati, a volte addirittura sotto la bandiera della sostenibilità e della salvaguardia del clima, per frenare e bloccare delle regole e misure a favore delle popolazioni povere e dell’ambiente naturale. La conversione ecologica non progredisce solo tramite strategie win-win ma anche attraverso conflitti dove troppo spesso vincono gli interessi anti-ecologici.
Nella politica globale il conflitto d’interessi si combatte sulle regole della governance del globo. Che tipo di organizzazioni guideranno i flussi del denaro, delle merci, delle materie prime, degli uomini e secondo quali regole, e chi decide sulle sanzioni per quelli che individualmente o collettivamente violano queste regole? La lunga strada dell’entrata in vigore del protocollo di Kyoto ha dimostrato in modo esemplare le dinamiche dei poteri coinvolti. Gli Stati Uniti si sono ritirati, perché al più forte le regole non servono (l’opposizione americana al Tribunale Internazionale per i diritti umani segue la stessa logica). Paesi come la Russia, il Giappone e l’Australia hanno saputo far pagare la propria adesione con l’inserimento di procedure nel Protocollo, come per esempio la emission trading e gli altri meccanismi flessibili che servono poco alla protezione del clima, ma molto per far nascere un commercio fiorente con i certificati. L’Unione Europea ha assunto una posizione che prende atto della serietà della situazione, però stabilisce obiettivi troppo bassi.
Però, per quanto il protocollo di Kyoto è insoddisfacente, come illustra Gotelind Alber nella sua intervista, rimane il fatto che mette in vigore un insieme di regole per proteggere il clima globalmente. Regole che per adesso troveranno una loro applicazione in misure deboli e inconcludenti ma che in un secondo round, almeno ce lo auguriamo, troveranno un’articolazione più adeguata al problema. Sarà questo un impegno cruciale del processo di Johannesburg da portare avanti nei prossimi anni da parte dei governi nazionali e territoriali sensibili alla questione, delle organizzazioni non-governative e dei movimenti.
Il significato del vertice di Johannesburg non si è deciso a fine agosto – inizio settembre del 2002 in questa città, ma si deciderà nel decennio del processo di Johannesburg + 10. Si deciderà nella riforma delle istituzioni mondiali. Riuscirà la riforma democratica della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, delle stesse Nazioni Unite? Si deciderà nelle attività locali. Riusciranno le forze politiche, le organizzazioni non-governative e i movimenti di creare la massa critica per la svolta ecologica?
Per quanto riguarda l’“agire localmente”, i campi d’azione per questo processo epocale che porterà verso uno sviluppo sostenibile o verso un pianeta poco abitabile sono conosciuti: saranno le attività delle città e dei comuni medi e piccoli dei paesi ricchi. É anche conosciuta la tabella di marcia di questa battaglia per la sostenibilità: ritiro del Nord dagli spazi ambientali occupati nel Sud del mondo, riduzione drastica dell’impronta ecologica di ognuno di noi. Sull’ordine del giorno sono – come dimostrano Wolfgang Sachs e il gruppo di autori del Jo’burg Memo, delle trasformazioni profonde nello stile di vita dei ricchi di questo mondo. E con i “ricchi” loro intendono gli 800 milioni che hanno nella tasca la chiave di una macchina.
Per cambiare il destino dei poveri, non si tratta tanto di “dare” a loro, ma di “non prendere” da loro. Non prendere le loro terre per coltivare soia destinata all’allevamento di massa di bestiame in Europa, non pescare lungo le loro coste per la produzione di mangimi usati per l’allevamento dei salmoni in Irlanda, non distruggere le loro foreste pluviali per l’estrazione petrolifera. Anche se è vero che le catene sono lunge ed è facile spostare la responsabilità, è anche vero che cresce il gruppo di coloro che non vogliono più chiudere gli occhi sulle basi di ingiustizia della nostra ricchezza.
L’appuntamento del European Social Forum a Firenze dal 7 al 10 di novembre sarà un punto alto nell’articolazione della critica di questa globalizzazione selvaggia. Ma sarà soprattutto anche l’appuntamento per discutere delle alternative, delle strade e dei sentieri verso uno sviluppo sostenibile locale e un mondo migliore. In questo discorso il dialogo tra le istituzioni e il movimento new global assume un ruolo centrale. L’ospite del European Social Forum, il presidente della Regione Toscana Claudio Martini, sottolinea con grande insistenza la chance da un tale confronto per rendere le istituzioni più sensibili ai problemi della sostenibilità e della giustizia globale, per costringere il movimento a fare il salto dalle denuncie legittime e necessarie, dalle ricette generali (Tobin Tax) a delle proposte e degli impegni che coinvolgano in prima persona chi parla e chi accusa a contribuire anche alle soluzioni.
Di nuovo: a livello generale tutti sono d’accordo. Tutti i piani e i patti degli enti locali e territoriali parlano di comunicazione e sensibilizzazione, di democratizzazione e partecipazione transattiva. Le conflittualità emergono quando si definiscono gli obiettivi concreti di un modello di sviluppo sostenibile, le sue scelte e le sue priorità che escludono a loro volta altre scelte, priorità ed interessi.
Una campagna seria per il risparmio energetico si lega male con l’incremento di produzione di energia e un terreno asfaltato per una strada non è più a disposizione per un campo da gioco per bambini. Determinate scelte ne escludono altre e la partecipazione attiva dei cittadini comporta sempre il rischio di favorire delle soluzioni prima non previste. Ci vuole coraggio e una grande fiducia nelle capacità creative della partecipazione per affidare a questo strumento un ruolo serio nella pianificazione.
Fortunatamente ci sono esperienze incoraggianti di attivazione comune delle forze politiche, economiche e sociali a favore della sostenibilità. Il Comune di Graz, capitale della Stiria, da anni riesce in modo esemplare ad attivare l’economia locale in un programma che si chiama senza mezzi termini “Eco-profit”; nel nostro paese sicuramente Modena è uno dei comuni all’avanguardia nella collaborazione pubblico/privato per il risparmio energetico e la Regione Umbria con il suo recente “Patto per lo sviluppo” è riuscita a far prendere degli impegni precisi di collaborazione per la sostenibilità ambientale, l’innovazione del sistema, la promozione delle imprese e dei lavori, l’equità e la sicurezza sociale.
Nella progettazione di uno sviluppo capace di futuro la salvaguardia del clima si è rivelata una variabile chiave. Quello che fa bene al clima fa bene alla vivibilità sul luogo e alla giustizia globale, e viceversa. Chi ancora oggi, di fronte ad eventi meteorologici estremi di frequenza senza precendenti in tempi storici chiede ulteriori verifiche scientifiche prima di agire, dimostra di essere in malafede, preoccupata solo di difendere i propri interessi particolari e, come dice Bush con grande franchezza, “il nostro modello di consumo e di vita”.
Questo modello, basato sull’occupazione dello spazio ambientale di altri, è indifendibile. Ogni passo però di ritiro e verso un modello di sviluppo sostenibile è difficile e richiede sforzi enormi di analisi, di elaborazione, convincimento e tenacia. Siamo a Johannesburg + 0 e solo i prossimi anni lasceranno intravedere se avremo fatto dell’appuntamento buon uso.

MOTIVAZIONE DELL’ATTRIBUZIONE DEL PREMIO LANGER
A ESPERANZA MARTíNEZ

Il Comitato scientifico e di Garanzia della Fondazione Alexander Langer, composto da Renzo Imbeni (presidente), Ursula Apitzsch, Anna Bravo, Elis Deghenghi Olujiae, Sonia Filippazzi, Pinuccia Montanari (relatrice), Margit Pieber, Gianni Tamino, Alessandra Zendron, ha deciso di attribuire il Premio Internazionale Alexander Langer per l’anno 2002, dotato di 10.000 Euro, ad Esperanza Martínez, fondatrice in Ecuador dell'associazione Acción Ecológica, coordinatrice dell'Osservatorio socio-ambientale dell'Amazzonia, co-fondatrice di Oilwatch, la rete internazionale sorta per difendere delicati eco-sistemi e antichi diritti delle popolazioni indigene dai danni conseguenti alle attività petrolifere.
Esperanza Martínez, 43 anni, madre di tre bambini, è una biologa con specializzazione in sistemi di gestione dell'ambiente. Nata e cresciuta a Panama, vi ha effettuato gran parte degli studi. Al suo rientro in Ecuador ha deciso di mettere tutte le sue conoscenze ed energie al servizio della parte più indifesa della società e dell'ambiente. All'inizio degli anni 70, il governo del suo paese ha rilasciato ad alcune imprese multinazionali delle concessioni di ricerca ed estrazione petrolifera, in una vasta area amazzonica di oltre 1 milione di ettari, in uno dei territori più ricchi di specie animali e vegetali dell'intero pianeta. L'attività di estrazione del petrolio in eco-sistemi così delicati, produce un drastico peggioramento delle condizioni ambientali e di vita delle popolazioni indigene, mettendo in crisi un sapiente uso del territorio e delle sue risorse naturali, nonché un consolidato sistema di relazioni sociali.
Consapevole della complessità degli interessi in gioco, Esperanza Martínez ha deciso di dare il suo sostegno ai gruppi di donne e di associazioni locali, contribuendo a tessere, con pazienza e tenacia, una rete di alleanze sempre più ampie, che hanno coinvolto prima la conca amazzonica e poi un numero crescente di associazioni del Sud e del Nord del Mondo. E ha saputo collegare la richiesta di riconoscimento dei diritti violati e di moratoria delle attività petrolifere, che causano inquinamento e perdita di biodiversità, con quelli più generali dell'effetto serra e il cambiamento climatico, affrontati all'Assemblea ONU di Rio. Hanno così potuto conoscersi, scambiarsi dirette esperienze, acquisire nuove competenze, rafforzarsi reciprocamente, numerosi gruppi di resistenza indigena per esempio in Venezuela, (Amigrana), Colombia (Censat e Uwa), Perù (Racimos de Ungurahui), Argentina (Mapuche), Taylandia (Kalayanamitra Council), Birmania (Eri), Nigeria (Era e Mosop), e Georgia.
Ne sono nati, dal 1990, prima l'“Observatorio Social Ambiental de la Amazonía“, uno spazio di lavoro comune e di confronto tra organizzazioni ecologiste e sindacali, poi l'associazione „Acción Ecológica“ con la sua campagna internazionale "Amazonía por la Vida". E nel 1996 la "Red de Resistencia a las Actividades Petroleras en los Trópicos - Oilwatch", di cui Esperanza Martinez ricopre ancora oggi il ruolo di coordinatrice e alla quale aderiscono, da 46 paesi diversi di Asia, Africa, America Latina, Europa, Usa e Australia, oltre 100 gruppi indigeni, ecologisti, religiosi, di difesa dei diritti umani.
Nel maggio del 1995 Esperanza Martínez ha portato la sua testimonianza alla Conferenza di Venezia sulle "Donne per il diritto ad un ambiente sano e alla giustizia" a sostegno del progetto di istituzione di una Corte internazionale per l'ambiente presso le Nazioni Unite.
Nel 1998 si è impegnata con successo affinché la nuova Costituzione dell'Ecuador riconoscesse il principio di precauzione, motore di tutta la politica ambientale, e il "diritto collettivo ad un ambiente non contaminato".
Tra le opere informative e divulgative di cui è stata coautrice vanno segnalati:"Amazonía por la Vida: Debate ecológico del problema petrolero en el Ecuador",1993; "Guia para enfrentar las actividades petroleras en territorios indígenas", 1994. Ha curato inoltre due volumi dedicati all'attività petrolifera nei paesi tropicali : "Oilwatch", 1996 e "Voces des Resistencia a la actividad petrolera en los Trópicos", 1997. Ha inoltre pubblicato numerosi articoli in Ecuador e in altri paesi su questo decisivo tema.
Negli ultimi anni Acción Ecológica si è concentrata nella lotta contro la costruzione di un nuovo oleodotto lungo 500 km, che attraversa l'Ecuador da Est a Ovest, colpendo aree attualmente protette e abitate dai popoli indigeni Huarani, Quichua, Shuar e Achuar. Il contestato progetto è stato affidato al consorzio di imprese OCP di cui fanno parte anche l’AGIP e la Banca Nazionale del Lavoro, che si occupa della collocazione dei titoli sul mercato.
L'impegno di Esperanza Martínez per l'affermazione del diritto ad un ambiente sano è stato energico, ma sempre nonviolento nei metodi, svolto con passione e intelligenza, senza tregua, ma anche con allegria. Per il suo stile di lavoro e la sua coerenza, lo scrittore Jeo Kane l'ha definita "el corazón verde del Ecuador". E Nnimmo Bassy ha scritto di lei: "Esperanza è una donna con delle convinzioni molto forti e profonde. Ha le caratteristiche di una rivoluzionaria. Ecco ciò che ti trasmette: convinzioni. Ti aiuta a camminare nell'oscurità. Non importa quanto profonda, sapendo che ci sarà la luce alla fine del tunnel".
Nell'anno dell'assemblea mondiale dell'ONU sullo "sviluppo sostenibile" che si terrà a Johannesburg nell’autunno 2002, a 10 anni dalla conferenza di Rio del 1992, molti paesi hanno adeguato le loro legislazioni nazionali alle Convenzioni internazionali avviate per proteggere il nostro limitato ambiente. In diversi paesi del mondo si registrano però più deforestazione, inquinamento, povertà, ingiustizie, negazione di diritti individuali e collettivi.
Con questo riconoscimento ad Esperanza Martínez, il Comitato scientifico della Fondazione Alexander Langer Stiftung vuole segnalare che i grandi eventi internazionali, così caricati di aspettative, possono infine deludere se non vengono accompagati da un diffuso impegno di individui e comunità, in direzione di una conversione ecologica profonda e socialmente desiderabile, che promuova, come ripeteva Alexander Langer, una vera pace tra gli uomini e con la natura“
La relatrice: Pinuccia Montanari  Il presidente: Renzo Imbeni


IL PROBLEMA DEL MONDO È L’ESTREMA RICCHEZZA
Intervista a Esperanza Martìnez

L’intervista a Esperanza Martìnez è stata realizzata da Karl-Ludwig Schibel, Coordinatore dell’Agenzia Utopie Concrete, in occasione di Euromediterranea 2002 tenutasi a Bolzano dal 1 al 7 luglio, sul tema “La globalizzazione desiderabile”.

Potrebbe dirci qualcosa sulla strategia di “Oilwatch”? Che cosa fate?

Ci definiamo come una “rete del Sud”, una rete del Sud in paesi tropicali. Siamo gente che abita in paesi che hanno vissuto processi violenti a causa della colonizzazione, per lo scambio disuguale o per problemi di mancanza di democrazia. Il nostro tentativo è di mettere a confronto l’attività petrolifera con strategie differenti.
La prima è la resistenza contro l’apertura di nuove concessioni. Ci sono molti paesi dove questo rappresenta un fatto veramente pericoloso a causa di una situazione difficile dal punto di vista della mancanza di democrazia: ad esempio paesi come la Nigeria che hanno vissuto per molto tempo sotto la dittatura. Noi continuiamo ad insistere che la resistenza è la strategia migliore, la più concreta, grazie alla quale otteniamo maggiori risultati. Stiamo tentando di trovare un riconoscimento, una legittimità istituzionale a questa resistenza poiché ha una legittimità basilare, etica e fondamentale. Ma, giustamente ci occorre un riconoscimento istituzionale per tutelare la gente che ne è protagonista. Su questo stiamo lavorando a livello internazionale in diverse tavole rotonde, cercando di far riconoscere la resistenza della gente come reale sforzo per fermare i cambiamenti del clima. Si è chiesto che i paesi industrializzati riducano i loro consumi di petrolio, ma in pratica in questi ultimi dieci anni c’è stato un persistente inadempimento di questi compromessi internazionali. Noi tentiamo di dimostrare che la gente che resiste sta mettendo in pratica il principio di tali convenzioni internazionali, dunque è “affezionata” al principio del diritto.

Come si svolgono le attività di “Oilwatch” nei vari paesi?

In ogni paese, le organizzazioni che fanno parte di “Oilwatch” stanno promuovendo delle campagne di denuncia, di diffusione, di lobby, il cui scopo è che vengano resi noti al pubblico gli impatti dell’attività petrolifera, che normalmente si localizza nelle zone periferiche dove vive la gente povera e di cui non si sa molto. L’intenzione è che in questi paesi si renda noto il problema petrolifero e quali sono le aziende che si occupano della sua estrazione. Tutto ciò, più che in un nome, s’identifica in un’indagine che prende la forma di una sorta di curriculum delle compagnie coinvolte: E.N.I., Agip, Shell, Texaco. Questo curriculum lo ricostruiamo con le testimonianze delle persone con cui lavoriamo in ogni paese. Rendiamo pubblico quello che fa l’azienda in questo momento e presentiamo foto, video, testimonianze che dimostrano quali siano i suoi comportamenti reali. Queste cose sono importanti perché le compagnie hanno molto potere, molta influenza e sono capaci di costruirsi da sole un’immagine di aziende oneste, fautrici di sviluppo, un’immagine di aziende che attivano la produzione, danno lavoro. Allora noi diamo forma a questo curriculum e lo condividiamo con la gente; in questo modo sia gli stati che tutti gli attori politici di questi paesi devono confrontarsi con un po’ d’informazione in più. Questa è una strategia non facile perché le aziende, non solo costruiscono quest’immagine per se stesse ma, in realtà, hanno abbastanza potere da esercitare la loro influenza sui governi. Commettono perfino atti di corruzione e in altri casi sono ricatti. Le società petrolifere nei nostri paesi minacciano i governi di ritirare i propri investimenti se non ci dovessero essere condizioni a loro favorevoli. E noi, i paesi del Sud, viviamo in preda ad un vero e proprio terrore, la paura che vengano ritirati gli investimenti. E questo è veramente terrore perché senti che il paese può andare alla rovina da dentro.
La nostra strategia quindi si basa principalmente sulla resistenza, a livello nazionale, lobby, informazione, sollecitazione e a livello internazionale, sul costruire sostegno e rendere legittimo il diritto di opporsi.

Nelle strategie di “Oilwatch” ha parlato di tre livelli: il primo, quello di base, riguardante il territorio dove la gente vive e lavora, il secondo che riguarda i governi nazionali, infine la situazione internazionale. Qui a Bolzano stiamo parlando del problema della globalizzazione desiderabile. Che tipo di idee avreste in questi tre livelli? Quando parla nei suoi scritti di ambiente, di resistenza, quali sono i percorsi delle comunità indigene verso la modernità? La resistenza è necessaria, però per sviluppare poi che tipo di economia?

É una domanda un po’ complessa, ma posso portare esempi concreti per ognuno di questi casi, perché analizzare aspetti così generali risulta difficile. A livello locale delle comunità indigene si stanno facendo passi avanti che suscitano un certo interesse. In Ecuador le comunità indigene stanno proponendo l’autonomia. L’autonomia implica introspezione, vedere quali sono le necessità, le opportunità e sviluppare un modello che permetta di mantenere la propria cultura. Ciò comporta ovviamente contatti col mondo esterno. Ma la questione è fino a che punto. L’aspetto fondamentale è “proteggere”: proteggersi dal punto di vista fisico, come territorio, e anche dal punto di vista culturale. Gli U’wa ad esempio prospettano come proteggersi implica una questione culturale importantissima perché se si perde il territorio o la cultura si è perso tutto. Senza la loro terra e la loro cultura gli indigeni non sono indigeni. Perciò loro propongono un modello che ovviamente non è comprensibile dal punto di vista del capitalismo perché non presuppone come estrarre le risorse e come mettere in moto una logica di mercato, però è un modello che consente alla gente di sopravvivere. C’era un gioco di parole che diceva: “Stiamo cercando lo sviluppo sostenibile”. Non è lo sviluppo quello che dobbiamo rendere sostenibile, ma le società, dobbiamo fare in modo che possano continuare a vivere come tali. Se la posta in gioco non è lo sviluppo in termini di crescita economica, allora è nelle società che i popoli hanno una forma di relazione e nel fatto che questa si possa mantenere.
Per quanto riguarda gli Stati, noi abbiamo una proposta che stiamo presentando a Johannesburg come abbiamo già fatto in tante campagne e situazioni conflittuali, ossia la moratoria. In pratica stiamo invitando i governi a sottoscrivere una moratoria dell’esplorazione petrolifera, non dell’attività nel suo complesso, perché ci è ben chiaro il fatto che per cambiare il modello energetico è necessario un processo. Ma di certo fermare l’esplorazione, la ricerca, che sono processi molto distruttivi.
Non ha senso continuare a cercare più petrolio se già non possiamo usare quello che abbiamo perché la sua combustione comporterebbe cambiamenti climatici insostenibili. Perché quindi condannare i paesi dove si vuole portare le esplorazioni a sottomettere la propria economia a un modello di dipendenza. La Costa Rica è stato il primo paese che ha dichiarato in questa logica una moratoria per tutte le attività esplorative.
Ho ricevuto stamattina un messaggio dal Guatemala: il presidente della Repubblica sta annunciando che entrerà in un processo di riflessione riguardo alla moratoria e che ci sono zone che rimarranno fuori dall’attività petrolifera. Ormai siamo riusciti a verificare che il petrolio non aiuta né la natura, né le comunità e tanto meno le economie, che è la cosa più tragica di tutte, perché i paesi che hanno il petrolio sono paesi che soffrono, che hanno problemi economici piuttosto gravi. Le economie che dipendono totalmente da un solo prodotto non consentono lo sviluppo della gamma di produzione che fa sì che un paese sia libero, indipendente, autonomo. Al contrario, lo rende dipendente, calano i prezzi, il paese entra così in una crisi disastrosa anche perché la gente non mangia il petrolio, ma ha bisogno di pane, di carne. Solo con la moratoria ci si aprono vie di sviluppo economico e sociale che comprendono la transizione ad un modello energetico pulito, decentralizzato, non monopolistico, sovrano.
A livello internazionale, Oilwatch agisce con un’ottica del Sud. I benefici potenziali di avere dei contatti forti con il Nord, dove la maggior parte delle industrie hanno la propria sede sono ovvi. La sfida però è di stabilire dei rapporti, nei quali un agenda del nord non viene sovrapposta al Sud, ma un partenariato che ci permette di lavorare nei punti caldi dell’estrazione petrolifera.
Siamo del Sud, e per questo siamo diversi, cominciamo a discutere su alcuni paradigmi. Stiamo pensando allo sviluppo? Che pensiamo della povertà? Noi non siamo paesi poveri, ma paesi straricchi, abbiamo la biodiversità, la cultura, l’acqua, il sole, popoli diversi. Tuttavia, apparentemente il problema nel mondo è la povertà e tutti i progetti della Banca Mondiale sono diretti a risolvere questo problema estremo, quando invece il problema nel mondo è l’estrema ricchezza. A questa avrebbero dovuto cercare una soluzione. Stiamo progettando nel discorso internazionale tutte queste cose che ci impegnano ad andare oltre col pensiero, a pensare, a riflettere guardandoci anche dentro e siamo convinti che questa è una condizione fondamentale per una relazione Nord-Sud basata su una maggiore equità, dove riconosciamo in cosa ci assomigliamo e in cosa siamo diversi. Certo siamo in una fase in cui proviamo a capire quali sono le cose che ci definiscono, che ci danno identità. A partire da questo credo che possiamo costruire molto.

“Oilwatch” è nata come un’organizzazione globale partita nelle foreste tropicali. Quali sono gli aspetti generali e quali quelli specifici della resistenza nel Sud? La vostra strategia è generalizzabile ai paesi dell’Est e del Nord?

“Oilwatch” concretamente è nata in Ecuador, perché abbiamo accumulato un lavoro di tallonamento ai problemi petroliferi e col tempo abbiamo identificato molti paesi con problemi simili ai nostri che riguardano le stesse compagnie, problemi simili, ma senza nessun tipo di coordinamento o d’informazione condivisa. Così, quando è nata “Oilwatch”, abbiamo definito come ambito di lavoro i paesi tropicali che hanno molte cose in comune, i tropici, la biodiversità, l’acqua, popolazioni diverse che sanno gestire da secoli le ultime foreste. Abbiamo definito il nostro ambito d’azione e abbiamo deciso di iniziare a lavorare seguendo questa linea. Nel frattempo si sono aggregate delle organizzazioni, a dire il vero già fin dalla nascita, ma sono diventate sempre più organizzazioni del Nord, la cui funzione era vista piuttosto come appoggio alle campagne in corso. Tre anni fa varie organizzazioni dell’Europa dell’Est e del Centro dell’Asia hanno chiesto di entrare nella rete di “Oilwatch”. Qualcuno non lo ha fatto perché per noi è una responsabilità molto grossa dato che non sappiamo com’è il processo petrolifero nella taiga (foresta di conifere delle regioni fredde dell’Eurasia). Sicuramente sarà tanto grave quanto nei Tropici ma noi non conosciamo la loro situazione, non abbiamo avuto esperienza. La nostra proposta è stata di proseguire il lavoro in rete nei paesi dell’Est europeo in modo da potersi coordinare in seguito.
Abbiamo comunque stimolato l’avvio di varie attività con loro, li abbiamo invitati nei paesi che hanno il petrolio affinché osservino com’è l’attività petrolifera e stiamo tentando di imparare insieme. Quando abbiamo scoperto questo gran mondo che è l’Europa dell’Est e il Centro dell’Asia ci siamo proposti anche di fare una riflessione su quel che succede realmente nel Nord e ci siamo proposti di stabilire alcuni vincoli con le organizzazioni interessate del Nord. Con questo voglio dire che cerchiamo da parte del Nord non solo la solidarietà. Sappiamo che anche loro hanno problemi con l’attività petrolifera, vogliamo conoscere chi ne è stato danneggiato, la gente che vive nei dintorni delle raffinerie, nelle zone d’estrazione e vogliamo discutere con loro per sapere se realmente l’attività si fa rispettando i loro diritti.
C’è un movimento in Nord America che si chiama Movimento di Giustizia Ambientale col quale abbiamo già intrapreso alcune attività. Stiamo mettendo in contatto coloro che sono stati danneggiati dalle raffinerie, che sono di colore o latino-americani, sempre con quelli dei nostri paesi. Cominciamo a notare che possiamo collaborare, vale a dire che “Oilwatch” pian piano si avvia ad essere una rete di “danneggiati”. Ma si tratta di un processo. Attualmente continuiamo ad essere una rete del Sud tropicale, che ha imparato a capire quello che succede ai Tropici, la cui riflessione si basa sulla biodiversità, le popolazioni indigene, l’acqua, il cambiamento climatico, ma che riconosce che ci sono problemi molto simili in altre regioni del mondo.

Ha detto che gli accordi volontari con le compagnie petrolifere sono inganni terribili. È sempre vero? Se gli accordi volontari sono sempre un inganno quali sono le alternative?

A Johannesburg stanno per concretizzarsi tre grandi progetti delle aziende internazionali. Il primo è che si finisca per accettare che saranno soggette solamente a controlli volontari. Questo lo si sta già facendo per il suolo e stiamo testimoniando i passi avanti nell’ambito legislativo ambientale dei vari paesi con carattere obbligatorio. In paesi come l’Ecuador la costituzione prevede molti diritti ambientali come ad esempio il principio della precauzione. Nel capitolo riguardante l’ambiente si riconosce questo principio come il nucleo che deve governare l’attività della produzione. Ci sono stati riconosciuti i diritti collettivi per le popolazioni indigene. Ciò implica che devono essere consultate, ma possono prendere anche decisioni riguardo a quello che capita alle loro terre e con un modello concorde alla propria cultura. Tuttavia le compagnie cercano di evitare i controlli da forze statali. Le aziende internazionali argomentano che le loro intimazioni sono più forti di quelle di molti stati, ma ciò non è vero, per lo meno in Ecuador non succede questo; potrei dare la testimonianza di molti altri paesi di cui ho letto le costituzioni. Il regime delle aziende transnazionali è sempre molto debole. Loro hanno un certo modo di dire delle cose e nello stesso tempo di negarle, ad esempio affermano che “è un principio di regolamento volontario”. Si può leggere “L’azienda si impegna ad utilizzare la tecnologia migliore”, aggiungendo dopo una virgola “a patto che sia possibile”.

Perché la strategia di Oilwatch si basa sulla resistenza con nessuna fiducia nelle trattative negli accordi volontari?

Le aziende sono soddisfatte del fatto che tutto si risolva grazie agli accordi volontari su codici di condotta. Questo è il loro obiettivo. Sono contente di poter collocare il loro comportamento al di fuori della legge nazionale. Con i codici di condotta non s’impegnano su nessun fronte e non dipende da quanto questi siano validi. Il compromesso volontario è un principio di buona volontà che per l’azienda non è vincolante. Se non si realizza non ci sono conseguenze, ciò che conta, non sono i codici di condotta, ma i contratti e le aziende fanno molta attenzione a ciò che nel contratto s’impegnano a fare.
Ma questo dei compromessi volontari e dei codici di condotta è un discorso, l’altro riguarda le stesse aziende che stanno entrando in nuovi mercati, rappresentati delle energie rinnovabili e certamente sono a favore. Il problema è quando le energie pulite sono soggette a un controllo monopolistico. Se l’energia solare verrà controllata monopolisticamente dalla Shell, allora per noi non sarà un’alternativa. Noi stiamo proponendo la via delle energie alternative, decentralizzate, sovrane, pulite, rinnovabili, ma in questo non entrano le aziende transnazionali, il cui obiettivo è fare affari, avere il controllo monopolistico e non adempiere ad alcun obbligo dal punto di vista ambientale o sociale. Questo è il secondo grande ambito in cui sono coinvolte le aziende e, certo, il terzo è che queste fanno investimenti nelle relazioni pubbliche.
Le società petrolifere cercano di presentarsi a Johannesburg con un volto attraente e, certo, è possibile avere immagini accattivanti dell’industria petrolifera: la parte che sta davanti, dove vivono i funzionari, ovviamente è più pulita, ha fiori e cose simili, ma il cortile posteriore è quello che mostriamo noi.
In queste strategie stanno i contatti coi governi, le aziende sono riuscite ad infiltrarsi nelle articolazioni delle Nazioni Unite. Si comportano come se fossero degli attori allo stesso livello degli Stati membri delle Nazioni Unite; parte della loro strategia è guadagnare posizioni col governo, poter trattare, stanno dando impulso ad una strategia di consolidamento interno. Aziende che sono sempre state forti ma che ora lo sono di più in un processo di unificazione, ad esempio la Exxon e la Mobil si sono fuse, così pure l’E.N.I. e l’Agip, la Texaco e la Chevron, trasformandosi ora in megaaziende di proporzioni realmente gigantesche. Per di più hanno una strategia di dividersi il mondo geopoliticamente, di definire delle zone dove possono operare. Stanno vendendo le loro azioni, ad esempio la Occidental scambia le sue azioni con la Shell in Malaysia per consolidarsi in America latina. Allora c’è tutto questo gioco strategico, geopolitico e una cosa fondamentale è che a Johannesburg, e sicuramente durante tutto quest’ultimo anno, incluse le elezioni degli Stati Uniti, si è accertato che l’industria petrolifera continua ad essere la più potente del mondo, quella che determina le politiche energetiche. Poco tempo fa erano in molti che pensavano che l’industria elettronica avrebbe assunto il ruolo leader, ma le cose non sono andate così. Continua ad essere l’industria petrolifera quella dominante e così sarà per un lungo periodo.
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