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2001 / Occhio-Vista-Visione

Primo numero

N.1- Vedere la natura e la natura del vedere
L’occhio, la mente e la costruzione della realtà nella vita quotidiana
Gli occhi monopolisti dei sensi

È vero che viviamo nell’epoca del predominio dell’occhio ed è proprio il monopolio della vista che ci ha convinto a lasciare questo senso come ultimo del ciclo "Quali sensi per la conversione ecologica e la convivenza". La vista è il senso che imbarazza ed intimidisce. Anche ad esprimersi su di lui. Sotto l’incessante alluvione di immagini, sotto la continua tempesta dei più vari stimoli visivi in che cosa può contribuire un discorso ecoculturale che richiede ulteriore attenzione? Ormai attrarre l’attenzione dell’occhio è diventata un’immensa industria globale. La televisione si trova in concorrenza con il cinema, internet con le pubblicazioni stampate, i manifesti pubblicitari per strada trovano continuamente nuovi stimoli per catturare l’occhio, la moda ci offre un fiume di informazioni su come colpire gli occhi degli altri – o viceversa come rimanere invisibili - e nelle presentazioni pubbliche ci vengono suggerite sempre più avanzate tecnologie per presentare noi stessi e le nostre idee. Con "Occhio – Vista – Visione" la Fiera delle Utopie Concrete 2001, l’ultima edizione del ciclo sui sensi umani, cercherà di divertire i visitatori con stimoli visivi inusuali, ma soprattutto rivolgeremo l’attenzione su come costruiamo le immagini e che ruolo queste costruzioni hanno per il nostro rapporto con la natura e per la convivenza con gli altri.
La costruzione del mondo tramite l’intelligenza visiva
L’aspetto costruttivo della vista non si intende in senso figurativo. Aprire gli occhi e focalizzare un oggetto non è "vedere", anche se nella vita quotidiana con questa bugia pedagogica ci accontentiamo di un processo passivo di percezione. Già le illusioni visive più semplici ci tolgono la falsa certezza che la nostra vista sia semplicemente un riflesso del mondo lì "fuori". Tutto quello che ci si presenta come percezione visiva è rigorosamente e in ogni momento una costruzione. Una costruzione di cui solo negli ultimi decenni, con i grandi progressi della neurologia, abbiamo cominciato a capire i principi di base che sono quasi tutti inconsci.
L’intelligenza visiva utilizza circa la metà della neo-corteccia per costruire i parametri della vista come la profondità (vedi il quadro di Necker), la distinzione tra figura e sfondo (vedi il calice di Rubin) o le fonti di luce (la teglia di muffin).
Le illusioni visive ci serviranno come punto di partenza per esplorare le nostre abitudini di vedere la natura e di vedere l’altro. La dimostrazione della dimensione costruttiva della vista contribuirà alla consapevolezza critica di come creiamo l’immagine della natura e l’immagine dell’altro.
Visione e delusione della fattibilità
La capacità costruttiva dell’intelligenza visiva si sposa con la visione della fattibilità della nostra epoca. Con il progresso immenso delle scienze naturali e della tecnologia i limiti della fattibilità sembrano allontanarsi a grandi passi. Potrebbe essere che la visione di una fattibilità tendenzialmente illimitata si sta rivelando come una delusione? Che stanno emergendo dei limiti che non si rivelano tanto alla vista ma che per ragioni scientifiche rimangono e rimarranno invisibili non solo all’occhio ma anche ai microscopi e agli spettrometri. Potrebbe essere che il principio di precauzione abbia il suo fondamento non nella mancanza di conoscenze (non fare fin a quando non sappiamo di sicuro) ma nella certezza scientifica che per ragioni sistematiche non possiamo sapere le conseguenze del nostro fare? Che siamo arrivati ad un punto, come ragionava Hans Jonas già negli anni Settanta, dove "l’ignoranza circa le conseguenze ultime diventa essa stessa una ragione per assumere un atteggiamento di riserbo responsabile – il secondo bene dopo il possesso della saggezza". La minaccia della catastrofe proviene secondo Jonas proprio dal successo smisurato, il pericolo nasce dalla grandezza del dominio sulla natura che richiede un "potere sul potere" in grado di spezzare la coazione di fare tutto quello che è fattibile. (...)

Secondo numero

N.2-Faccia a Faccia
di Tiziana Luciani
La faccia è stata considerata la mappa del tesoro del carattere. Per secoli ci sono stati "cercatori di tesori" che hanno esplorato i visi. Praticavano la fisiognomica, l’arte di capire chi siamo dai lineamenti del volto. Aristotele in "Storia degli animali" le ha dedicato sei capitoli. Polemone, Avicenna e Alberto Magno la affrontarono nei loro studi. Michael Scot scrisse il primo libro a stampa sull’argomento nel 1272. Ma il maggior rappresentante di quest’arte fu lo svizzero Lavater (1741-1801), che si diceva capace di indovinare il carattere anche da un profilo di carta nera. Amico di Goethe, pubblicò un’opera in quattro tomi: "Frammenti di fisiognomica: per promuovere la conoscenza e l’amore dell’uomo", dove si sosteneva che "una fronte piatta un po’ sfuggente denota una persona grossolana", si deduceva la sincerità dal collo, la moralità dal naso e dalle guance. Questa voluminosa opera, arrivò ben presto a venti edizioni inglesi, sedici tedesche, quindici francesi e due americane. Fu spinto da altre motivazioni Cesare Lombroso (1833-1907), direttore del manicomio di Pavia, professore di psichiatria, di antropologia criminale, di medicina legale ed igiene. Egli utilizzò una sintesi di filosofia, psicologia, patologia, teoria dell’evoluzione e fisiognomica, per dare una spiegazione a un fenomeno sociale molto diffuso nell’Italia post-unitaria: la delinquenza. Dall’esame del cranio del brigante Vilella (1871), Lambroso ritenne di trovare una conferma delle sue tesi e cioè che la delinquenza è determinata dalla costituzione fisica dell’individuo, per cui il delitto è un fenomeno naturale. La lista delle particolarità somatiche dei delinquenti includeva i capelli scuri e il mento sfuggente. Gli esperimenti e le intuizioni documentarie di scienziati come Lambroso, Mantegazza, Duchenne, Darwin e di criminologi come Bertillon, Reiss, Ellero, testimoniano il grande dibattito ottocentesco e positivistico sul rapporto tra essere e apparire, tra anima e volto che guida le scienze (specie la psicologia) all’incontro con Freud, egli stesso molto interessato alla fisiognomica.
L’altro fondamentale appuntamento fu quello con la fotografia. Antropologi positivisti (Mantegazza fu eletto presidente della Società Fotografica Italiana) e criminologi videro nel ritratto fotografico la possibilità di dare alla fisiognomica una precisione incontestabile e moderna. Il ritratto fotografico poteva fissare nero su bianco, l’impronta del volto umano, dell’anima del soggetto. "L’inventario fotografico delle espressioni del volto, come possibile misura delle passioni, legittime o criminali, dell’uomo fu un’ipotesi rigorosamente sostenuta e accanitamente difesa da medici e fisiologi, psichiatri e giuristi, artisti e commissari di polizia" (Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia, 1976). Risale al dieci settembre 1854 il primo documento di fotografia giudiziaria. Da quel momento si avranno la professione del fotografo di polizia, la Scuola di Fotografia Giudiziaria e il laboratorio fotografico della Prefettura di Parigi, fondato nel 1875 per definire un codice fotografico segnaletico dei volti. L’esigenza di catalogare visi ed espressioni fu presente anche in Darwin, che pubblicò nel 1872 "The Expression of the Emotions in Man and Animals" e in Duchenne che presentò, nel 1862 i due album fotografici su "Mécanisme de Physionomie Umaine ou Analyse Electrophysiologique des passions". A Duchenne interessava verificare le reazioni muscolari e la mimica facciale della sorpresa, del terrore, della felicità, … indotte mediante stimolazioni elettriche sui volti di prostitute, oppiomani, pazienti psichiatrici. Nel suo fondamentale studio su "La natura del pregiudizio" ("The Nature of Prejudice", 1954), lo psicologo americano G.W. Allport analizza i meccanismi attraverso i quali un gruppo, che si autopercepisce come "interno", crea i gruppi ad esso "esterni". Primo fra tutta la percezione della diversità degli altri da noi. Mentre certe differenze sono personali ed uniche (ogni viso ha una particolare conformazione ed espressione), molte altre differenze possono essere tipizzate. Tra queste: colore della pelle, lineamenti, espressioni prevalenti del viso, gesti, … Alcune fra queste differenze sono fisiche e innate, altre sono acquisite o scelte come distintive di un gruppo di appartenenza.
I gruppi che appaiono diversi spesso finiscono per essere creduti tali, più di quanto non lo siano in realtà.
I gruppi che siano ritenuti diversi si penserà, e si farà in modo, che abbiano una apparenza diversa. L’antropologo Keith ha proposto una scala di visibilità tra le diverse razze (ceppi umani, tipi e stirpi) a seconda della percentuale dei membri immediatamente identificabili:
pandiacritico = ogni individuo riconoscibile
macrodiacritico =riconoscibili per l’80% o più
mesodiacritico = riconoscibili per il 30-80%
microdiacritico = riconoscibili per meno del 30%
Gli ebrei sono risultati un tipo mesodiacritico, e circa il 55% sono stati identificati in base alla sola apparenza esterna. Questo risultato conferma inoltre quanto le persone prevenute siano più abili a riconoscere i membri di un gruppo esterno non gradito, o percepito come pericoloso. Anche il non riconoscere ha un senso preciso: un ricercatore americano chiese ad alcuni studenti bianchi di separare le fotografie di coetanei cinesi e giapponesi. Gli studenti non riuscirono nel compito. Tanto è predominate l’importanza del colore sul nostro senso percettivo, che spesso non ci permette di procedere nell’analisi della fisionomia. Un orientale è un orientale.
Uno studio sulla memoria delle fisionomie dimostra che gli individui più fortemente prevenuti contro i neri non riescono a distinguere le facce di individui neri visti in fotografia, mentre riconoscono assai bene le facce dei bianchi.
La fisiognomica è presente in tanti pre-concetti e pre-visioni che facciamo gli uni sugli altri. Le pre-visioni che ci impediscono di vedere l’altro, o di essere visti, si nutrono di pregiudizi, di paure, di semplificazioni. Quando guardiamo qualcuno negli occhi, la percezione dell’altro non si traduce semplicemente in una serie di pensieri, intenzioni, desideri o reticenze, ma per prima cosa abbiamo a che fare con le nostre emozioni. Di queste si è occupato il filosofo francese Emmanuel Levinas. L’unicità di una volta –afferma- sta nel suo essere sempre quello di un altro, il che vuol dire che non può mai essere completamente assimilato a sé. Per me un volto è sempre estraneo, e questa estraneità comporta che non può mai essere totalmente compreso o circoscritto. Se il volto – cioè il volto dell’altro – rimane per me estraneo, esso sfugge alla mia capacità di comprensione e di controllo. L’espressione dell’altro manda un messaggio che io sono in grado di decodificare ma comunica altresì qualcosa che va aldilà della comprensione. Nel rapporto faccia a faccia tra gli esseri umani c’è qualcosa che io come ego soggettivo, non sono in grado di controllare, che mi mette in discussione o in pericolo. Se i rapporti faccia a faccia comportano un coinvolgimento emotivo, qualunque volto esterno, la faccia di qualunque persona esige qualcosa da me. Mi chiede di riconoscere un’altra persona, e ciò che non è pienamente assimilabile esige il mio rispetto. Questo riconoscimento mi richiama ad una sorta di responsabilità. Questa responsabilità etica può essere vista come l’esigenza di una risposta, poiché il volto dell’altro esige che io risponda ed entri in rapporto con lui, in un rapporto che nessuno dei due può pienamente controllare…

N.2-Invito "Occhio-Vista-Visione"
Una nuova edizione della Fiera delle Utopie Concrete. Potete leggere il programma in questo giornale e sarà già un bel passatempo. La Fiera delle Utopie Concrete è un evento autunnale dal 1987. Il primo ciclo: gli "Elementi classici". Acqua, Terra, Fuoco, Aria.
Poi Ricchezze e povertà e poi Lavoro e conversione ecologica.
E poi si dette il via al ciclo sui sensi sempre sotto il raggio illuminante della conversione ecologica e della convivenza: "Quali sensi per la conversione ecologica e la convivenza ?".
L'udito e l'ascolto, Il gusto, Olfatto e memoria, Tatto e contatto - rischio e fiducia. E quest'anno tocca all'ultimo senso con Occhio - vista - visione.
E poi abbiamo buone idee per le prossime edizioni, ma perché queste idee diventino migliori mandateci un messaggio, diteci la vostra su questa edizione o su quelle passate o future. Son di moda gli e-mail, la posta elettronica, il fax, gli SMS usateli o …. mandateci un biglietto.
Nella città dei Camalli, del pesto e di Fabrizio De André abbiamo imparato che in pochi (per esempio in 8) non si pensa bene: pensiamo in tanti, pensiamo tutti.
Arrivederci a Città di Castello.
Simonetta Nanni
Vicepresidente Agenzia Utopie Concrete


N.2-Premio A. Langer 2001
Motivazioni dell’attribuzione del Premio Langer a Sami Adwan e Dan Bar On

È stato attributio il Premio Alexander Langer 2001 a Sami Adwan e Dan Bar On, che da poco piú di un anno hanno fondato a Beit Jala (territori autonomi palestinesi), presso la scuola cristiana (ma frequentata per piú del 90% da musulmani) Talitha Kumi, il "Peace Research Institute in the Middle East" (PRIME), quale organizzazione non governativa israelo-palestinese e hanno salvaguardato la cooperazione tra israeliani e palestinesi, nonostante il conflitto presente. Lavorano attualmente insieme, nonostante la situazione si faccia sempre piú difficile, specialmente al progetto "Organizzazioni ambientali israelo-palestinesi nel processo di pace del vicino Oriente". Si tratta di un contributo alle possibilitá di azione della società civile in un contesto di consolidamento della pace, che è partito da un anno e che durerá perlomeno sino a giugno di quest’anno, e che ha trovato fonti di finanziamento perlopiù grazie a fondazioni straniere.
Accanto a questo progetto sono stati portati avanti, unitamente ad una schiera di altri colleghi israeliani e palestinesi, altri dieci progetti e iniziative per la democratizzazione e la costruzione della pace, contenuti in una documentazione del PRIME del gennaio 2000 che intanto vi presento.
Dan Bar On insegna psicologia sociale all’Universitá Ben Gurion di Beer Sheva/Israele. E’ nato ad Haifa nel 1938, figlio di emigrati ebreo/tedeschi.
Per 25 anni è stato membro del Kibbutz Revivim è vi ha lavorato in ambito agricolo. Nel frattempo studiava psicologia sociale e lavorava nella clinica del Kibbutz.
Il suo libro "Legagy of Silence: Encounters with Children of the Third Reich" é stato pubblicato nel 1989 dalla Harvard University Press e tradotto in francese, tedesco, giapponese ed anche in ebraico.
All’Universitá Beer Sheva, dove mediamente studiavano molti palestinesi, che possedevano la cittadinanza israeliana, Dan Bar On aveva giá sviluppato, ancor prima dell’inizio degli accordi di pace di Oslo, gruppi di dialogo tra studenti israeliani e palestinesi e formato i cosí detti "facilitators" (mediatori/moderatori) sulla base del principio che l’Universitá e l’intero vivere civile non potevano essere esclusi dal conflitto, ma che queste sfere della vita rappresentavano proprio il "caso d’emergenza" dell’intreccio del conflitto (lett.) e il suo possibile superamento.
Sami Adwan era ed è ancora docente di pedagogia all’Universitá di Betlemme. Dan e lui si erano conosciuti attraverso diverse Organizzazioni Non Governative (in particolar modo attraverso il Child and Health Care Center a Gerusalemme Est), e hanno approfondito la conoscenza durante lo svolgimento di un comune lavoro sullo studio empirico "Youth and History. Historical Consciousness among Palestinian and Israeli Adolescents".
Che Sami Adwan e Dan Bar On siano stati e siano disposti e capaci di lavorare insieme, è cosa che stupisce, vedendo la biografia di Sami.
Sami Adwan è membro di una famiglia musulmana praticante di Beit Sahur, presso Betlemme, e negli anni 1991-1992 è stato nelle prigioni israeliane come attivista palestinese.Ha studiato dal 1972 al 1976 ad Amman, in Giordania, e ha conseguito il suo diploma in Pedagogia, dal 1976 al 1979 ha lavorato in qualità di lettore ad Amman. Nel 1979 è migrato assieme alla moglie allora incinta (nel frattempo la famiglia ha raggiunto il numero di 7 figli) a San Francisco, avendo avuto entrambi la possibilitá di frequentare la California State University, dove Sami ha conseguito il titolo di M.A.
Dal 1982 al 1984 Sami ha lavorato come lettore all’Universitá di Hebron.
Nel 1987 torna all’Universitá di San Francisco dove consegue il Ph. D. in Education Administration. Sin dall’inizio dei colloqui di Oslo, Sami Adwan ha lavorato con diverse Organizzazioni Non Governative, specialmente su progetti di revisione dei testi scolastici. Assieme a Ruth Firer della Hebrew University ha lavorato su di uno studio internazionalmente noto dal titolo "Comparative Analysis of the Palestinian/Israeli Conflict in the Palestinian/Israeli History and civic Textbooks".
Negli scorsi anni si è specializzato , all’interno del conflitto israelo/palestinese, nell’educazione ambientale.
Dal 1997 è visiting professor presso l’ Arava Institute for Environmental Studies. Alla fine del 1999 ha fondato, nell’ambito di una iniziativa di una ONG, assieme a Dan Bar On, l’indipendente PRIME, che viene gestito in maniera completamente paritetica, da Israeliani e Palestinesi.
I collaboratori di PRIME vogliono mostrare, come scrivono in un documento del gennaio 2000, "come l’ambiente è stato trascurato da entrambe le parti attraverso il crescente conflitto". Con Sami Adwan e Dan Bar On vengono premiati per il lavoro di PRIME due persone che praticano nel suo significato piú pieno il superamento dei conflitti e il lavoro ambientale, nello stesso modo in cui Alex Langer lo ha richiesto e per il quale ha vissuto.
Download - N. 1/2001
Download - N. 2/2001


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