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2000 / Tatto e Contatto

Primo numero

N.1-Tatto e Contatto, rischio e fiducia
L'INVOLUCRO SENSITIVO
La pelle ha questa doppia qualità: toccando altra pelle - in un bacio, una stretta di mano, una carezza, uno schiaffo – trasmette una sensazione e riceve una sensazione: non possiamo toccare senza essere toccati. Toccando veniamo a contatto con noi stessi. Il tatto è attivo e passivo, transitivo e intransitivo. Il rischio del tocco, di uscire dall'"interno" verso un "esterno", di prendere contatto con una realtà fuori di sé, richiede sia la fiducia della persona che tocca che di quella toccata. Una fiducia di fondo che secondo lo psicoanalista Piaget si acquisisce nei primi anni della propria vita nel contatto diretto, corporale con la persona che si prende cura di noi e che per la maggior parte è la madre.
La pelle è il nostro organo più grande. Pesa circa quattro chili e si rinnova di continuo. Le sensazioni fondamentali della pelle sono tre: pressione, temperatura e struttura. Esistono diversi tipi di recettori che ci fanno percepire sensazioni differenti sul corpo. Il freddo e il caldo, il dolore, il tocco vengono inoltre avvertiti diversamente sulle labbra, sul dorso della mano o sulla schiena. La lingua, oltre ad essere l’organo del gusto, è anche un organo di tatto. Facciamo sempre anche una valutazione organolettica dei cibi dal punto di vista della "consistenza" degli stessi. Oggi ci vengono proposti "pappe", cibi superlavorati che fanno sparire completamente la consistenza naturale degli alimenti.
Tutto questo, in qualche modo, lo sappiamo. Raramente, invece, ci rendiamo conto delle grandi variazioni di ricettività dei sensori. Se indossiamo un maglione, sentiamo per un breve periodo il tocco del tessuto sulla pelle, poi i sensori si adattano e la sensazione sparisce. Fortunatamente, perché se così non fosse, impazziremmo a causa di una sovrastimolazione; sfortunatamente perché questa adattabilità della pelle, e in qualche misura di tutti i sensi, ci fa anche assuefare a una realtà che insulta e danneggia i nostri sensi. Se il tutto venisse assorbito dalla pelle, diventerebbe impossibile agire, se la pelle diventasse un'armatura, ci affermeremmo a prezzo di una sensibilità drasticamente ridotta.
TATTO E DISTANZA CORPOREA
Il tatto come comunicazione ha nelle varie culture regole tanto specifiche quanto inconsce. Chi tocca chi, quando, dove e come e il significato stesso del segnale tattile cambia da cultura a cultura. Watzlawick racconta la storia di un Circolo ippico molto elegante di San Paolo che si vide costretto ad aumentare l’altezza della ringhiera di una terrazza perché più volte persone erano precipitate ribaltandosi all’indietro. Che cosa era successo? In ogni cultura esiste una distanza corretta da mantenere quando si parla con un’altra persona. Nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti é proverbialmente la distanza "a braccio". Nell’Europa del Sud e nell’America Latina invece questa distanza è minore. Che cosa succedeva dunque su questo terrazzo quando un brasiliano e un nord americano iniziavano una conversazione? Il nord americano si poneva alla "giusta" distanza, quella che ogni persona normale assume quando parla con un’altra. Il brasiliano però si sentiva troppo distante e quindi si avvicinava, il nord americano ristabiliva per contro la sua "giusta" distanza indietreggiando e altrettanto faceva il brasiliano fin quando il nord americano investiva la ringhiera e cadeva dal terrazzo.
CONTATTO SOCIALE E CONVIVENZA
Il mondo della distanza e prossimità del toccare e dell’essere toccato comunica nella forma più diretta possibile la convivenza o la sua impossibilità. Un tocco amichevole, anche inconscio, trasmette un forte segnale positivo, come dimostrano unanimamente tante ricerche su questo tema. Immancabilmente le persone ricordano un incontro, una conversazione in modo positivo se durante la comunicazione sono state toccate casualmente e nel modo più inconsapevole possibile.
Il toccare però è anche un gesto di dominio. Pensiamo a due persone che stanno conversando. L’una tocca leggermente l’altra per sottolineare un punto oppure mette un braccio sulle sue spalle. Chi è di status più elevato? Quasi sempre la persona che da inizio al contatto. Gli uomini toccano prima le donne, una donna più facilmente una donna che non un uomo un altro uomo, una persona anziana più facilmente una persona giovane e il capo del branco (papa, Gesù) più facilmente i proseliti.
Le eccezioni confermano la regola; se migliaia di persone aspettano per delle ore al freddo nella speranza di poter toccare il papa lo fanno nella speranza di rendersi partecipi della sua forza divina tramite un tocco di qualche secondo. Se invece il papa prende il viso di un bambino o di una donna anziana tra le mani lo fa per sua forza divina.
Il tatto nelle sue molteplici forme, il bambino tra le braccia della persona di fiducia, la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio hanno una profonda influenza sulla nostra percezione dell’altro e più in generale del mondo. Le molte forme di saluto cercano di creare uno spazio di convivenza pacifica, e non per caso il presupposto dell’ostilità tra gruppi è sempre quello di creare una distanza tra di loro. L’Apartheid in Sud Africa prevedeva ristoranti separati, mezzi pubblici separati e puniva i contatti intimi tra bianchi e neri.
La Guerra del Kosovo è stata il primo conflitto in cui non è mai avvenuto un contatto diretto tra le parti opposte. I bombardamenti si svolgevano come operazioni "chirurgiche" e i contatti avvenivano tramite strumenti di alta tecnologia, che, si, richiedono un certo senso tattile, ma permettono di tenere a distanza il nemico fino al punto di non stabilire mai un contatto diretto.
Non nutriamo l’illusione che il contatto diretto di per sè elimini la violenza e promuova la convivenza. Fin quando ci saranno conflitti d’interesse ci sarà anche l’aggressione. Però sembra legittimo estrapolare dall’etologia, dallo "scambiatevi un segno di pace" che il sacerdote propone verso la fine della messa alla stretta di mano tra Rabin e Arafat che il contatto diretto è condizio sine qua non per la pace e la convivenza.
TATTO E CURA
Prendersi cura dei bambini, degli anziani, dei malati significa innanzitutto toccarli. Il contatto corporeo più delle parole segnala empatia, cura, affetto.
In America e nell'Europa del Nord, ma in modo progressivo anche nell'Europa del Sud, possiamo constatare l'organizzazione razionale e strumentale dei processi di cura in istituzioni organizzate secondo criteri di efficienza e minimizzazione dei costi.
Il "cliente" riceve attenzione solo sotto forma di parole; il tatto che esamina, cura, tranquillizza non é previsto nelle tabelle tariffarie. Varie iniziative cercano di reintrodurre il tatto nel parto (vedi l'intervista con le ostetriche F. Quaglietti e G. Sciarrillo a pagina 4 e 5) nella cura dei malati e dei moribondi. L'importanza crescente delle medicine non convenzionali ha a che vedere in misura non indifferente con l'attenzione che dedicano al contatto diretto con il cliente. Massaggio, agopuntura e agopressura, Shiatsu, Feldenkrais, la tecnica Alexander e tanti altri metodi, per quanto diversi tra loro, hanno in comune il ruolo fondamentale del contatto diretto, che spesso viene immaginato come flusso di energia trasmesso attraverso le mani della persona che fa a quella che riceve il trattamento.
Una cultura che consola i malati solo con le parole é profondamente distorta. L'esperienza fondamentale non é la lingua ma il contatto corporeo. Gli animali che hanno paura si stringono insieme. Un indicatore centrale del grado di civiltà raggiunto dalla nostra cultura sarà l'affermazione del ruolo primario dei ritmi del corpo nelle fasi fondamentali della nostra vita.
LE IMMAGINI SULLA PELLE
Quando guardiamo le altre persone, il nostro sguardo cade sulla loro pelle e sui loro abiti. La pelle è stata da sempre usata anche come supporto per segni e messaggi diretti agli altri. Messaggi oggettivi, di appartenenza a un gruppo e indicatori dello status dell'individuo al suo interno, e messaggi soggettivi, adornare il proprio corpo e comunicare il proprio stato d'animo. I segni sono stati scritti sulla pelle con colori, ma anche sotto la pelle con tatuaggi, con oggetti applicati, pietre, metalli preziosi, piume e quant'altro o con oggetti inseriti nel corpo tramite il piercing.
Il tatuaggio e il piercing esprimono il desiderio di rendere indelebile il segno scritto sul proprio corpo (vedi l’intervista con Tullio Sepilli a pagina 2-3). Tale segno é stato usato come simbolo violento per demarcare e reprimere, diventando spesso in seguito un segno di auto presentazione. Il segno marchiato che stigmatizzava i primi cristiani venne da loro stessi applicato, quando ormai la persecuzione era finita, per segnalare la propria condizione di appartenenza. I crociati si facevano mettere dei crocefissi o segni simili sulla pelle per garantirsi un funerale cristiano. Loreto era famoso per i suoi tatuaggi praticati ai pellegrini. La posizione della chiesa, per esempio, cambiava radicalmente lì dove il cristianesimo era dominante: i tatuati erano i pagani, il tatuaggio da segno di appartenenza diventava un segno di esclusione.
Il tatuaggio nei tempi moderni é quasi sempre stato un segnale di appartenenza a delle minoranze. Almeno in Europa, il tatuaggio ha sempre evidenziato una demarcazione, era - e in qualche misura lo é ancora oggi- come segno di inclusione ed esclusione, un atto politico.
Nelle società consumistiche una persona che si autoinfligge dolore sollecita, se non altro, sorpresa. L'atto viene percepito come provocazione e spesso ha come reazione un odio sproporzionato.
LA PRIMA, LA SECONDA, LA TERZA PELLE
La parola "crudele" risale per analogia alla carne cruda, spellata, senza involucro. La pelle è ornamento, ma anche protezione e sicurezza. È l’organo par excellence per la manifestazione di disturbi psicosomatici, dalle allergie ai melanomi. Comunque non solo lo stato psichico, ma anche, e in modo crescente, le condizioni ambientali e la lavorazione industriale dei cibi contribuiscono a molte malattie della pelle.
Si usa dire che ci si sente bene nella propria pelle o meno e in analogia parliamo dei vestiti e della casa rispettivamente come di una seconda e terza pelle che ci danno delle sensazioni definibili come di agio o disagio. Non sembra un caso che più si tratta di materiali con cui siamo a diretto contatto e più preferiamo materiali naturali: il cotone, la lana, la seta per i tessuti; l'argilla, il legno, il sughero per le case.
Riguardo ai materiali lavorati in forma di stoffe c'è tutta una cultura e un sapere femminile sul rapporto tatto - tessuto. Flanella, chiffon, velluto, raso sono di volta in volta scelti per le loro caratteristiche tattili. La coperta di Linus o il pezzo di seta che bambini e bambine accarezzano prima di addormentarsi dimostrano questa forte valenza tattile.
IL TATTO LEGGERO SULL'AMBIENTE
Lo sviluppo industriale ha messo in crisi il rapporto uomo-natura. La crisi ecologica nasce da interventi troppo pesanti, tramite l'estrazione di risorse naturali in modo insostenibile e tramite l'immissione di sostanze non assimilabili dai cicli naturali.
L'immagine dell'impronta ecologica coglie bene il peso di ognuno di noi sulla biosfera, un peso che deve essere drasticamente ridotto nei paesi ricchi. Questa riduzione, per toccare la terra in modo più leggero, sarà il risultato di cambiamenti nello stile di vita e di innovazioni tecnologiche.
Sono due i campi tecnologici che potenzialmente possono dare grandi contributi per toccare la terra più leggermente: le tecnologie telematiche e le nano-tecnologie. E' lecito quindi chiedersi quali mezzi ci stanno mettendo a disposizione per camminare più leggermente su questa terra. Le forme di applicazione che si stanno verificando sotto i nostri occhi evocano in molti di noi una profonda ambiguità. L'ospedale virtuale può essere considerato la forma più avanzata dell'alienazione tra medico e paziente ma indubbiamente può rendere servizi molti utili per il malato. Mette a disposizioni strumenti per estendere il controllo sulla propria vita e per gestirla in modo più competente ma espone anche l'utente al pericolo del controllo Orwelliano da parte di un grande fratello interattivo.
Karl-Ludwig Schibel

Secondo numero

N.2-Non c’è niente da vedere
L'installazione "Toccare il buio" alla Fiera delle Utopie Concrete

L’occhio domina la nostra cultura. Adoriamo l’immagine e ciò che vediamo, in questo crediamo.
La sovrastimolazione visiva è diventata un bisogno culturale. Ma l’occhio è ancora in grado di capire dove e come guardare? Cosa succede se non c’è niente da vedere?
L’installazione clou della Fiera delle Utopie Concrete sarà una Black Box, una scatola nera che privilegerà il tatto, l’udito e l’olfatto a sfavore della vista. "Toccare il buio" sarà allestito sotto le Logge Bufalini, in uno spazio completamente buio, dove regnerà l’oscurità completa. Neppure il più piccolo raggio di luce potrà penetrare. Non ci sarà niente da vedere, ma molto da toccare e da sentire. I visitatori dovranno imparare a scoprire il loro comportamento nella totale oscurità, a sperimentare la percezione del buio attraverso ogni parte del corpo. La visione eliminata permetterà di verificare come cambiano gli abituali modi di percezione e comunicazione. I nostri sensi vengono acuiti e rivalutati. Percepiamo differentemente. Ciò che percepiamo e crediamo è diverso e forse più vero.
Axel Rudolph, il designer di "Toccare il buio" e di formazione psicologo, ha una lunga esperienza con le installazioni "nere". "La prima black box" - ricorda Axel - "l’ho fatta a Karlsruhe nel centro di arte multimediale nel 1992, e già nello stesso anno ho rielaborato il progetto a Berlino come ‘Bar senza vista’. Vorrei riprendere questo tema a Città di Castello, però mettendo il bar alla fine di un percorso attraverso un parco estivo con delle sculture". Un parco estivo al buio? Rudolph non vuole approfondire. Nel mettere in scena lo spazio è un perfezionista e riesce a creare un mondo completamente insolito. Come? Questo è il suo segreto professionale. Invece è contento di parlare delle sculture che si troveranno in questo parco, grazie a una felice collaborazione con il museo tattile Omero di Ancona.
"Sono venuto a conoscenza di questo museo dagli amici italiani. Al museo Omero partono dal punto opposto, presentando delle opere d'arte in forma tattile alle persone cieche. Io, invece, cerco di avvicinare i vedenti al mondo rinunciando per un breve tempo al senso che purtroppo domina in modo eccessivo la nostra realtà, la vista". Per i visitatori privi di imput visivi, la distinzione tra messa in scena e realtà si confonde completamente. Comunque, superata la fase iniziale, subentrano la meraviglia per la diversità delle percezioni provate e per la ricchezza di immagini che ne risultano. "Non è tanto la creazione di un altro mondo che mi interessa" - dice Rudoph - "ma dare l’occasione di incontrare il mondo che conosciamo in un modo diverso".
Scrive la giornalista Evelyn Kohler riguardo la sua esperienza nella "stanza dell’oscurità", allestita presso il Centro Congressi ICC di Berlino. "Soldi che non puoi contare, bicchieri che non puoi rompere, fili sfiorati che non puoi identificare, qualcosa di appiccicaticcio sotto le tue mani, un cane che abbaia che non puoi vedere. L’eliminazione della vista ha trasformato il mondo che credevi fosse così sicuro in un luogo sconosciuto". E con un tono simile si esprime Christine Claussen del settimanale Stern, dopo una visita a "Dialogo nel buio" ad Amburgo: "Perché sono convinta che tutti tranne me sono vedenti? Che sono io l’unica che si muove in modo insicuro, a piccoli passi, rannicchiata e timida? Perché non posso più fare affidamento su ciò che normalmente mi sostiene? I miei lunghi capelli, per esempio, il mio sguardo che faccio apparire secondo l’occasione come freddo, ironico, o vispo, i vestiti e il trucco, ogni mattina oggetto di molti pensieri strategici (e fa parte del piano che ciò dopo non sia visibile), il mio modo di camminare, il modo in cui tengo la sigaretta, mi siedo, sorrido, tengo le distanze. Qui non interessa assolutamente a nessuno. Non posso nemmeno ingannare me stessa".
Questa situazione poco familiare, inizialmente, crea un grado di tensione, alla quale si risponde con la massima attivazione dei sensi per far fronte a questa insolita condizione. Persino il più piccolo alito di vento, i più insignificanti suoni sono vissuti come un’esperienza di grande intensità e, di minuto in minuto, consentono una migliore percezione del confine invisibile. "Devo dire che il sentimento di disagio che sentono alcuni visitatori all'inizio non e del tutto casuale" - commenta Axel Rudolph - "serve a rompere la falsa naturalezza della nostra percezione quotidiana. Tuttavia, l’obiettivo principale è quello di dare spazio all’esperienza piena dei nostri sensi minori, con l’intero corpo come sensore". Comunque saranno sempre presenti all'interno dell'installazione tre persone, ognuna con una torcia elettrica in tasca.
"Toccare il buio" sarà affiancato da una mostra di materiale tiflodidattico, proveniente dal Centro di consulenza tiflodidattica di Assisi e dall’Unione Italiana Ciechi di Perugia. Si andrà da semplici oggetti di uso quotidiano fino ad ausili tifloinformatici come un computer con barra braille e sintesi vocale. La mostra ha un percorso evolutivo poiché il materiale è disposto in successione, secondo una gradualità che va dall’acquisizione dei prerequisiti di base fino ad arrivare a conoscenze specifiche determinate dalle varie discipline: linguistica, area logico-matematica, tecnico-espressiva, scientifica geografica, storica e anche una piccola area riguardante il gioco e l’autonomia.

Inoltre, la Tactile Vision di Torino esporrà una serie di libri tattili realizzati per presentare ai non vedenti opere d’arte di cui altrimenti non potrebbero godere, come ad esempio il Second sight of the Parthenon Frieze - in coedizione con il British Museum Press - che presenta i fregi del Partenone. Due angoli laboratorio "Disegnare con le mani" e "Leggere al buio" completeranno il percorso.
"Toccare il Buio", punto centrale dell'esposizione della Fiera delle Utopie Concrete 2000: "TATTO e CONTATTO, Rischio e fiducia" sarà inaugurato Sabato, 30 settembre e sarà aperto al pubblico fino a giovedì, 12 ottobre. Il progetto è realizzato da Axel Rudolph - designer acustico - con il patrocinio dell’Unione Italiana Ciechi Nazionale e con la collaborazione dell’Unione Italiana Ciechi sezione umbra, del Museo Omero - museo tattile di Ancona - e di Fabio Levi e Daria Basso di Tactile Vision, Torino.
Axel Rudolph, laureato in psicologia ed economia, ha avuto più di 700.000 visitatori in una ventina di Black Box Environments che lui stesso ha creato dal 1992 nei luoghi più diversi.
Ha avuto una risonanza internazionale con la sua installazione dialogo nel buio (1992) presentata alla Multimediale di Karlsruhe a Berlino, a Hannover e St. Gallen; il Bar invisibile a Berlino e Innsbruck. Nel 1996 Il mondo interiore del sentimento (Neuwied, Centro Nazionale per i ciechi); nel 1997 ha realizzato per la Fiera delle Utopie Concrete il Caravan of Meeting.
Dal 1990 vive e lavora a Colonia come primo designer acustico a livello mondiale.

N.2-E non finiscono
I sensi sono finiti?
È un’abitante di questo pianeta a cavallo del millennio ad interrogarsi. Chissà. È una terrestre nord-americana tanto progredita quanto regredita. Chissà. È una terrestre asiatica che tocca e non tocca. Chissà. È un’africana solare e primordiale che tocca la terra, la vita, la morte perché, forse, è stata toccata, segnata. Dal sole. È una delle mie figlie cui è toccata una pelle abbronzata proprio come quelle delle migliori pubblicità ma che è anche toccata dal razzismo quotidiano che colpisce la diversità: scimmia negra e marocchina, e le tocca di spiegare che così si offendono i cittadini del Marocco. Chissà. Chissà se Floriana Quaglietti, madre delle madri di questa terra segnata dalla modernità, ha finito i sensi o i suoi gesti antichi ricomponendo vita e morte chiedendo di essere accolta, curata, protetta dalla sue ostetriche quando ha dovuto lasciarci maestra irripetibile. Chissà. È una giovane informatica e telematica che cerca il senso della misura, che assorta in un videogame comprende l’ipotesi del suicidio senza assumerne il significato e senza guadagnarsi il rispetto. È una neofita della new economy forse solo poco soddisfatta di quel delirio che andò sotto il nome di (old) economia. Una commerciante di OGM. Una insegnante che ignara coltiva il consumismo e ignora la scelta responsabile e consapevole.
La domanda diventa semplice e così la risposta se a chiedere è una frequentatrice, forse abituale, forse distratta o ammaliata vittima di una affabulazione potente, della Fiera delle Utopie Concrete.
Ebbene abbiamo ascoltato, udito, gustato, degustato, odorato ed ora tocchiamo, contattiamo e poi (segnate in agenda per ottobre 2001) indagheremo la vista e poi… la domanda ritornerà difficile: i sensi sono finiti?
Simonetta Nanni
Download - N. 1/2000

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