N.1-OLFATTO IL POTERE DI UN SENSO "MINORE" Continua la riflessione sui sensi, la conversione ecologica e la convivenza. Il prossimo appuntamento della Fiera sarà dedicato all’olfatto
Nell'epoca moderna l'odorato ha subito un grande declino così oggi, fra i cinque sensi, è quello meno studiato e considerato meno degno di nota. Proprio per questo potrebbe avere un impatto molto più grande di quello che pensiamo sui nostri comportamenti e sulla nostra vita. A differenza dei segnali emessi dagli altri sensi, che passano dapprima per il sistema di rilevamento del talamo, la parte più recente del cervello umano, i messaggi olfattivi stimolano direttamente la parte più vecchia del cervello, il rinencefalo, la sede delle emozioni, senza mai passare tramite il talamo. Gli odori influenzano, come nessun altra percezione sensoriale, emozioni e memorie, con poco o nessun controllo razionale.
Potrebbe essere questa inaccessibilità all'analisi razionale la ragione dominante del silenzio olfattorio nella nostra epoca? Gli odori non si possono scomporre in modo analitico, sono segni che parlano spontaneamente e in modo molto soggettivo ad ognuno e ognuna di noi. Mentre la vista e l'udito sono analizzabili e riproducibili con metodi esatti e anche per la descrizione del gusto ci sono categorie ben precise - amaro, dolce, acido e salato,- un profumo o un odore riusciamo a descriverlo solo paragonandolo ad altro: sa di fieno o di pesce, di mele o di fumo.
Con lo sviluppo della società moderna cresce la critica dei profumi. Sono evanescenti, esistono solo nel momento e simbolizzano così spreco, disordine, morbidezza, sensualità. Viviamo in una cultura odorifoba, che cerca di dominare e di eliminare gli odori. Riscoprire il proprio naso potrebbe quindi essere un atto di resistenza contro un condizonamento sensoriale che tende a farcelo cadere. Certo è che il naso oggi ha perso gran parte delle funzioni per la propria sovravvivenza e la procreazione che aveva all'inizio della storia umana. AMBIENTE E DEODORAZIONE
Il processo di modernizzazione è stato un processo di deodorazione. Mentre nei tempi antichi, come anche nella società medioevale e nelle società moderne fino alla fine del settecento il mondo degli odori era pieno, ricco e denso - che non vuole dire necessariamente piacevole - i due ultimi secoli sono stati dedicati all'eliminazione degli odori dalla vita pubblica come anche dalla sfera privata. I profumi che l'industria offre alle donne e agli uomini alludono ancora alle funzioni magiche dell'olfatto (Mystère , Magie noire , Poison , ecc.), queste acquette odorose vengono però usate con moderazione in un mondo largamente deodorato.
L'eliminazione degli odori dalla sfera pubblica in Europa parte nel Cinquecento, quando in alcune città passano delle ordinanze che cercano di tener pulite le strade e le piazze dagli escrementi e dai rifiuti delle lavorazioni artigianali. Ma fino all'introduzione della fognatura centralizzata le strade e gli spazi pubblici nelle città continuerà a stimolare il naso in modo piuttosto violento.
Con l'industrializzazione cambiano gli odori e, più in generale, gli inquinamenti nelle città. Dai camini e dalle fabbriche escono i fumi della combustione del carbone e i vapori delle lavorazioni dei tessuti, dei metalli, dell'industria chimica. I rifiuti della produzione industriale immessi nell'aria, nell'acqua e nella terra colpivano l'occhio, il naso, le membrane mucose ed i polmoni della gente che abitava nei dintorni e spesso lasciavano solo tracce di vegetazione intorno agli stabilimenti. La grande euforia sul progresso non poteva nascondere che c’era un prezzo alto da pagare in termini di rischi alla salute, di sporcizia e di bruttezza.
A partire dagli anni Cinquanta sofisticate tecnologie ambientali di neutralizzazione ed abbattimento delle sostanze nocive hanno migliorato di gran lunga le condizioni ambientali nei paesi ricchi. In parte le produzioni inquinanti sono state spostate nel sud del mondo ma sono anche innegabili i grandi progressi verso un'industria verde.
Questo però purtroppo non significa che la crisi ecologica sia risolta e che stiamo andando verso un nuovo equilibrio con la natura. Le grandi minacce ambientali della nostra epoca, come la riduzione della biodiversità, i cambiamenti climatici, il nucleare, il buco dell'ozono, le modifiche genetiche sono più generali e meno percepibili - l'anidride carbonica, la diossina e la radiazione nucleare non hanno nessun odore. Non per questo sono meno pericolose. Anzi. L'effetto serra non puzza ma potrebbe avere delle conseguenze molto più gravi per la basi naturali della vita umana che non gli insulti al naso che provengono da una discarica gestita male.
Più in generale si può dire che la parte della realtà che siamo in grado di percepire con i nostri sensi diminuisce a favore di un regno macro (il cosmo) e di un regno micro (il mondo molecolare ed atomico) che non sono accessibili ai nostri sensi. Ciò nasce con l'avanzamento delle scienze moderne del Novecento, inaugurato dal modello atomico di Niels Bohr, al quale non corrisponde nessun modo di percezione, una svalutazione massiccia dei sensi. Nasce anche qui una gerarchia tra due realtà: il mondo accessibile ai sensi, quello che possiamo annusare, gustare, udire, vedere perde d’importanza a confronto del mondo che non vediamo e sentiamo. Questa realtà non percepibile è diventata quella dominante e spesso soffocante.
La svalutazione dell'olfatto potrebbe quindi rappresentare solo il punto più avanzato di uno sviluppo più generale della desensorializzazione della nostra realtà per quanto riguarda i processi importanti in questo mondo. I sensi perdono i loro campi d'attività e partecipano tendenzialmente alla disoccupazione di massa.
Una vera educazione dei sensi deve prendere in considerazione questi aspetti strutturali e di distribuzione di potere nelle società avanzate. Un'educazione dei sensi che si limiti a risvegliare e a sviluppare le capacità sensoriali dell'uomo secondo un ideale rinascimentale del homo universalis di equilibrio tra cognizione, emozione ed esperienza sensoriale, può solo avere una funzione affermativa. Nella sua impostazione complementare alla realtà dominante consolida la svalutazione dei sensi e della realtà primaria. Va quindi evidenziato il rapporto profondamente cambiato nell'epoca digitale tra l'immediato del mondo che ci circonda e il molto che succede nelle realtà inaccessibili ai nostri sensi e i rapporti di potere che si riflettono in questo sdoppiamento del mondo. L'OLFATTO E LA CONVIVENZA
Senza voler negare il ruolo dell'inquinamento olfattorio nelle grandi città e nei dintorni degli stabilimenti industriali e delle discariche, merita particolare attenzione in una società sempre più deodorata l'uso dell'odore per stigmatizzare ed emarginare gruppi sociali deboli.
Nessun altro senso ci segnala con tale forza l'attrazione o la repulsione dell'altro/dell'altra o di un ambiente in modo spontaneo, istintivo e quasi sempre inconscio. Esprimiamo spesso il nostro rifiuto o la nostra disapprovazione in termini olfattori. Una faccenda "puzza". Ma mentre per il gusto questa reazione del tipo si/no, mi piace/non mi piace è sempre conscio, per l'olfatto non confessiamo spesso neanche a noi stessi cosa percepiamo.
Questo è particolarmente vero nella reazione di piacere-dispiacere alla percezione olfattoria dell'altro. L'odore che una persona emana dipende dall'alimentazione, dalla salute, dall'età, dal sesso, dal lavoro, dall'appartenenza etnica. Una volta la scelta dello sposo/della sposa avveniva spesso all'interno del proprio gruppo professionale anche per abitudini olfattorie. I conciatori, i commercianti del latte, i macellai, i fonditori del sego si sposavano tra di loro per ragioni economiche e sociali ma anche perché altri avrebbero avuto problemi a sopportare quotidianamente l'odore dello sposo o della sposa. L'estetica del corpo contemporanea prescrive di non dare nessun segnale olfattorio corporeo. L'ideale è diventato quello della deodorazione sottolineata da un soffio di profumo applicato dopo l'igiene del corpo.
Solo nell'Ottocento l'odore assume un significato sociale, cioé diventa il segno specifico delle classi inferiori. I proletari avevano un odore puzzolente e penetrante e per questo, come dice Simmel, la questione sociale era anche una questione di naso. Nel nostro secolo nei paesi industrializzati sono soprattutto gli immigranti quelli di cui si dice "hanno un odore spiacevole". La stigmatizzazione olfattoria é un aspetto significativo di un processo di produzione di disuguaglianza sociale. L'olfatto in questo caso funziona come metafora, come segno sociale che legittima demarcazioni sociali e svantaggi sociali.
Esiste anche il processo opposto: se le classi dominanti non possono evitare rapporti sociali si tratta di eliminare o controllare gli odori. Questa é una dimensione importante dell'urbanizzazione e industrializzazione della società alla fine dell'Ottocento. La costruzione di una fognatura funzionante, cioè senza odori, é uno degli aspetti più significativi di questo sviluppo. Le misure per un controllo degli odori nello spazio pubblico avevano l'obiettivo di pulirlo "dal puzzo dei poveri" (vedi Corbin). L'eliminazione degli odori nell'Ottocento si riferisce agli spazi sociali mentre nel nostro secolo questo si allarga in direzione dell'eliminazione degli odori nella sfera personale, dell'odore del proprio corpo. Si tratta non solo di tenere a distanza gli odori degli altri ma anche di controllare il proprio odore. La norma sociale é la mancanza completa di odori o di un profumo leggero. L'obiettivo é quello di eliminare odori personali, l'elemento soggettivo diventa un tabù. Questo fa parte di un processo di de-sensualizzazione e di de-individualizzazione. La neutralizzazione sensoriale punta verso una oggettivazione dei rapporti sociali. L'odore non trasporta più l'appartenenza a gruppi sociali ma diventa un problema personale e la sua eliminazione comporta anche una eliminazione o una fluidificazione dell'ineguaglianza sociale. I limiti di questa trasformazione si manifestano rispetto a gruppi marginali come stranieri, emigranti, vecchi che oggi nella coscienza pubblica del pregiudizio collettivo hanno odore. Per definizione sgradevole. Karl-Ludwig Schibel
Gli autori citati:
Alain Corbin, Le Miasme e la Jonquille. L'odorat e l'imaginaire social XVIIe - XIXe siècles, Edition Aubier Montaigne, Paris 1982
Georg Simmel, Soziologie, Lipsia, Duncker & Humblot, 1908.
Secondo numero
N.2-Verso la Fondazione Langer
Per fare cosa? L’intervento di Peter Kammerer
Da tre anni alcuni amici di Alexander Langer sono impegnati nella costruzione di una "Fondazione Alexander Langer". Uno dei tanti modi di reagire al trauma della sua morte è tenere viva, utilizzandola, la straordinaria rete di rapporti umani e politici da lui incessantemente tessuti. Chi ha conosciuto Alex sa bene quale importanza abbia avuto nella sua visione politica l’idea di mettere intorno a un tavolo persone il più possibile diverse, ma unite dall’essere di "buona volontà".
Alcuni spezzoni importanti di questa rete sono stati riannodati intorno alla Fiera delle Utopie Concrete che da più di dieci anni dà appuntamento - in ottobre a Città di Castello – a chi esprime una curiosità particolare per temi come la conversione ecologica, gli stili di vita, la riconciliazione con la natura. Un altro punto di riferimento è costituito dalla rivista Una Città che con le sue "interviste" esplora in modo assai originale sia la quotidianità, sia il dibattito teorico attuale. Ma la forza trainante del progetto è stata l’Associazione Pro Europa con sede a Bolzano, costituita da Alexander, anche per mettere in rapporto con i nuovi problemi dell’Europa sorti dopo il 1989 quello che considerava un "laboratorio sudtirolese/altoatesino di convivenza e di conflitti".
L’idea della "Fondazione" (la parola altisonante non deve ingannare; si tratta di una cosa semplicissima) è cresciuta su queste esperienze dalle quali ne sono scaturite altre: il Premio Alexander Langer dotato di 20 milioni di Lire (grazie soprattutto all’impegno generoso di Gianni Tamino) conferito nel 1997 a Khalida Messaoudi (Algeria) e nel 1998 a Yolande Mukagasana e Jaqueline Mukasonera (Ruanda); e il Festival Euromediterraneo di Bolzano.
Penso che il "Premio" esprima meglio di ogni altro esempio il metodo e l’obiettivo del lavoro finora svolto. Un piccolo "Comitato di garanzia" scelto in modo abbastanza intuitivo, durante le discussioni sui possibili candidati, ha sviluppato empiricamente dei criteri e delle modalità di conferimento. La forte personalità delle donne finora premiate e la loro generosità hanno fatto del Premio un’occasione di informazione, di studio, di scambio e di sostegno. La rete si è arricchita di nuovi nodi, la premiazione è diventato un lavoro complesso e multiforme che ha coinvolto un crescente numero di persone. Un esito così non era scontato e si distingue da quello di altri premi che si limitano ad un puro riconoscimento morale e materiale. Insomma, quel che conta sono i rapporti e un impegno crescente di energia umana.
Perché la "Fondazione" è una cosa semplicissima? La risposta sta nell’elenco molto ricco delle persone e dei gruppi che finora hanno sottoscritto un impegno che alla fine di aprile ammontava a circa 250 milioni di Lire. La sfida rimane aperta. Vogliamo arrivare a quota 400 milioni, perché siamo convinti che in Italia e in Europa si trovino tante persone disposte, da sole o in piccoli gruppi, ad investire nella "rete" la quota minima di un milione diventando "soci fondatori". L’Associazione Fiera delle Utopie Concrete, ad esempio, ha sottoscritto una quota che rimane ancora aperta, sicché chi non può spendere un milione può mandare ancora delle "frazioni" per partecipare. È vero che un milione è una bella cifra e che 400 milioni sono ben poco. Ma è anche vero che spesso constatiamo stupiti la quantità di denaro che c’è in giro o l’alto costo dei vari progetti culturali e non. È in atto nel mondo, dietro le ristrettezze finanziarie, una gigantesca redistribuzione dei consumi privati verso bisogni nuovi e soprattutto della spesa pubblica verso impegni pesanti. Nessuno pare investa più in una cosa che costi poco. La nostra "Fondazione" invece sarà per necessità e per scelta una cosa "semplice" sia per quanto riguarda il rapporto tra i "soci fondatori", sia per quanto riguarda la struttura leggera dell’organizzazione. La sobrietà è d’obbligo e cerchiamo la rivincita di Davide.
Una "rete" e una "Fondazione" per fare che cosa? A questa domanda c’è una risposta minima che faccio mia: per esistere, per respirare, per resistere grazie a compiti molto concreti quali costruire e portare avanti il Premio, organizzare il Festival euromediterraneo a Bolzano, unire queste iniziative ad attività completamente autonome quali la Fiera e Una Città in uno "spazio" che ci permetta di muoverci con agio e piacere. Altri parlano di "missione" e naturalmente abbiamo l’articolo 2 dello statuto che elenca le nostre finalità (in sostanza, la difesa dei diritti delle minoranze, la ricerca di soluzioni "solidali, democratiche e giuste" ai conflitti e la "conversione ecologica"). Comunque non possiamo nasconderci che statuti e buoni propositi lasciano il tempo che trovano davanti ad una guerra come quella attuale che richiede una "reinterpretazione" perfino della Costituzione e che fa carta straccia delle norme del diritto internazionale. Oggi non sarebbe possibile tra i "fondatori" trovare un consenso sul ripudio della guerra come strumento per risolvere i conflitti. O lo sarebbe al costo di chiamare "intervento di polizia" una azione priva di obiettivi precisi, priva di garanzie di diritto e caratterizzata dall’uso di mezzi bellici giganteschi. Ovviamente vediamo tutti le stesse immagini, ma i nostri occhi vedono cose diverse.
La possibilità di una discussione comune tra chi crede non solo nella "guerra giusta" (questione teologica), ma crede che questa guerra sia giusta e chi non solo rifiuta la guerra come mezzo (questione da sottrarre alla teologia), ma ritiene questa guerra una barbarie che aggiunge agli orrori della pulizia etnica gli orrori dei bombardamenti, non ci può bastare. La stessa riflessione sulla "conversione ecologica" e gli "stili di vita" rischia di essere vanificata dalla potenza distruttiva scatenata. Questa guerra e quelle future ci divideranno profondamente. Quel che ci può unire invece è la ricerca di alternative alla guerra, di strumenti, mezzi e soggetti che rafforzano le possibilità di convivenza tra i popoli. Vale la pena investire un milione di lire e la propria energia in una "rete" così contraddittoria? Penso fermamente di sì. Peter Kammerer
Terzo numero
N.3-A lume di naso Un laboratorio su intuito e olfatto condotto da Franca Fubini
Da un punto di vista neurologico l'olfatto appartiene al cervello antico, é un senso che si sviluppa in modo indirettamente proporzionale alla vista e agli altri sensi. E' il senso che ha una via di accesso diretta al cervello e che in modo molto forte evoca memorie e ricordi.
L'intuito, come l'olfatto, é quello che permette di muoversi nel mondo riconoscendo la via 'giusta', al di là dei primi dati che colpiscono i sensi, e in particolare la vista.
L'intuito é una via di conoscenza diretta, non mentale, che accede alla percezione della realtà per quello che é. In una frazione di secondo, in uno spazio infinito si rivela qual é la situazione in cui ci si trova, quali soluzioni dare a domande fino allora insolubili.
L'olfatto é strettamente connesso al respiro, la base delle funzioni vitali; nello spazio interiore creato da un respiro tranquillo e libero da tensioni, c'é il terreno che lascia emergere la vitalità delle intuizioni.
Questo laboratorio propone di utilizzare se stessi e gli stimoli del mondo interno quanto di quello esterno per esplorare le funzioni dell'olfatto e dell'intuito e le loro connessioni reciproche.
Si lavorerà con il respiro, con esercizi di percezione sensoriale, con la memoria e con tutto quanto nell'ambiente possa facilitare il risveglio del naso.
N.3-Andare a naso Un percorso olfattivo nel centro storico di Città di Castello
Come abbiamo annunciato nel numero precedente di questo giornale abbiamo lavorato alla individuazione di un percorso nel centro storico per rispondere alla domanda "Che odore ha Città di Castello?". Durante la Fiera presenteremo lo stato dell’arte di questo progetto che, comunque, ci auguriamo possa essere continuato nelle scuole nel corso del prossimo anno scolastico. Il risultato di questa prima fase di lavoro si tradurrà in un opuscolo che potrà fare da guida e da ulteriore strumento di raccolta di informazioni e suggestioni per chi vorrà seguire da solo il nostro "sentiero odoroso".
Ecco alcuni degli spunti su cui stiamo lavorando e di cui siamo debitori agli scritti di Dino Marinelli e Alvaro Tacchini. Luoghi che ancora oggi sono caratterizzati dall'odore che nasce sul posto Che cosa bolle in pentola. Anche oggi in alcuni vicoli di Città di Castello si sente che cosa le signore stanno preparando per il pranzo. Non esiste più la differenza tra "sugo finto" e "sugo vero" come lo descrive Dino Marinelli: "nel vicolo si sentiva il suono dei coltelli che battevano il lardo e la cipolla per fare il "sugo finto". Alla domenica era diverso. Il vicolo era pieno dell'odore del sugo vero, quello fatto con la carne, che veniva fatto cuocere a fuoco basso nel tegame di coccio per ore. Quell'odore significava che era veramente domenica e che ci si poteva mettere la cravatta. Dopo pranzo l'acqua del lavaggio dei piatti veniva buttata dalla finestra, aggiungendo un altro odore caratteristico." Il pesce puzza sempre. Mentre una volta il pesce si vendeva nella attuale piazza Fanti, che allora si chiamava "piazza del pesce", oggi, essendo sempre il venerdì il giorno del pesce, il luogo di vendita è il mercato coperto. La merce viene tenuta sotto vetro in ambiti raffreddati, si pulisce con più acqua ma l'odore c'è sempre. Quando l'odore di benzina lascia spazio ai fiori. "L'odore dei tigli in fiore piantati nei viali esterni della città arrivava nei vicoli del quartiere di S. Giacomo. Era sempre presente, a tutte le ore, mentre oggi lo si può percepire soltanto di notte, quando gli altri odori, quando l'odore di benzina gli lascia spazio." La colla del falegname. "Altro odore caratteristico del vicolo era quello della colla di pesce dei falegnami. Era distribuita in pani che dovevano essere fusi. L'operazione veniva fatta in mezzo al vicolo e dai recipienti di latta usciva un'odore intenso."
Anche la colla dei pochi falegnami rimasti nel centro storico di Città di Castello di oggi ha un'odore. Più che altro sa di solventi chimici potenzialmente cancerogeni Ma la sua produzione avviene lontano dal luogo d'uso, nella falegnameria si mantiene nel barattolo per periodi lunghi della vita del falegname è diventata più facile, anche se a un prezzo alto. Gli odori che non esistono più e che non possiamo o non vogliamo ricreare Gli escrementi e la fognatura centralizzata. "Poche case avevano il bagno, la maggior parte aveva un buco nella cantina che doveva essere svuotato periodicamente. Questo lavoro era fatto dai contadini, che utilizzavano i liquami per concimare i campi. Venivano di notte con il carro tirato dal somaro. Il serbatoio dove veniva raccolto lo spurgo perdeva sempre, lasciando nel vicolo un filo nero con l'odore che si può immaginare."
Oggi, l'allaccio completo alla fognatura centralizzata, ha reso superfluo lo svuotamento periodico del buco in cantina e solo con i cani esiste il problema delle "evacuazioni di ventre". Alvaro Tacchini invece ricorda (Igiene polizia urbana a Città di Castello nel 1877) "la tranquillità di quanti continuavano a soddisfare i bisogni fisiologici in luogo pubblico. ... Il problema si trascinò a lungo, suscitando vasto eco nei periodici locali, pronti a stigmatizzare le inopportune ‘evacuazioni di ventre degli amministrati' e il degrado dei pomeri, diventati ‘un immensa miasmatica latrina pubblica’". Oggi sono pochi i luoghi in città che sanno di profumo di urina, tracce olfattive di qualche maschio indisciplinato. La lavorazione della carne in città. Nel 1799 venne inaugurato il nuovo mattatoio. Esso rispondeva a criteri di igiene notevoli per quei tempi, se si considera che gli animali, la presenza dei quali era diffusa in città fino ai primi decenni di questo secolo, venivano scortati e macellati nelle botteghe lungo le vie. "Il macellaio di ‘piazza di sopra’ non esitò", scrive Tacchini, che parla della fine dell'ultimo secolo, "a "scorticare un capretto fuori si sua porta di negozio"", mentre uno "che teneva nel suo orto presso porta S. Maria cinque o sei maiali li uccideva "per proprio consumo e precisamente macellato all'interno del suo domicilio"".
"Le interiora delle bestie venivano gettate sotto le mura, e il loro accumulo formava una specie di acquitrino melmoso e maleodorante dove abitavano colonie di ratti, le ‘sorche’." Le nuove puzze
Molti odori sono spariti o quasi come quello di stalla, che nasceva dai somari, polli, galline e conigli in città, del mosto e delle castagne in autunno, dei forni del pane. Altri odori oggi si sentono di meno, come quello dei cibi in preparazione nelle cucine, dei tigli in fiore.
I centri storici di tutte le città del mondo olfattivamente si avvicinano sempre di più - sanno di benzina. Fin quando la combustione di benzina, diesel e miscela dominerà i centri storici "andare a naso" ci porterà solo ai parcheggi. Saranno organizzate anche delle visite guidate di 2 ore circa. L’appuntamento è, venerdì 15 e sabato 16, alle ore 10 presso la sede dell'Agenzia, Via Marconi 8, Città di Castello