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La Crescita della Mobilità : Idealità  e Conflitti [30/11/2004]
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Dal Seminario della Fiera delle Utopie Concrete 2004
La crescita della mobilità: idealità e conflitti
Con interventi di Peter Kammerer, Franco La Cecla ed Enrico Euli


Peter Kammerer
La gioia del fare contro l’orgoglio del prodotto

 

Con la mobilità siamo ad una svolta epocale che possiamo leggere a partire dai miti e che riguarda la conquista, conquista che oggi tutti ci spiegano come una cosa meravigliosa: annullare le distanze, superare i vincoli fisici imposti dal territorio, bruciare lo spazio. Tutti questi miti, se guardiamo bene, sono orribili poiché viviamo proprio perché c’è un minimo di distanza fra l’uno e l’altro. Annullare le distanze è una cosa terribile, allo stesso modo di superare i vincoli fisici.

Le Cosmicomiche di Italo Calvino ci spiegano che l’Universo non ha prodotto altro che spazio dopo il Big Bang e noi abbiamo la massima idea di annullarlo. Una delle Cosmicomiche spiega com’è nato lo spazio, e secondo Calvino, da un’idea di generosità di rapporto.

Ora noi stiamo compiendo una rivoluzione uguale a quella che possiamo spiegare con il mito di Anteo, quel gigante invincibile finche toccava con i piedi la terra, e che Eracle riuscì a sopraffare sollevandolo in alto e facendogli perdere la sua forza.

Il mito di Anteo fa parte di tutta una serie di miti importantissimi che spiegano il passaggio dalle divinità della terra alle divinità che Calvino chiama extraterrestri, cioè che vivono sulla terra e non più radicate nella terra. Le divinità non terrestri hanno poi preso la loro sede sull’Olimpo, in alto, mentre le divinità della terra erano dentro, nella terra, Plutone ad esempio. Il ratto di Proserpina, su cui c’è un bellissimo racconto di Calvino, spiega le ragioni di Plutone. Plutone è stato ingannato da queste divinità che stanno sopra la terra, ma lì, dentro, è il vero sapere. Quindi c’è stato un passaggio che ha durato mille, duemila anni da quando gli uomini hanno scambiato i loro dei. Gli dei della terra furono vinti e abbiamo avuto un nuovo tipo di dio che non sta più dentro, nella terra, ma cammina sulla terra, o sta in alto e guarda sulla terra dall’Olimpo.

Questi dei camminavano sulla terra, anzi erano grandi camminatori. Wotan, il dio germanico è stato un grandissimo camminatore, Gesù è un camminatore, gira la Palestina e cammina da un paese all’altro. Se vi piace la musica, sapete che i Lieder di Schubert sono impossibili senza l’idea del viandante. Dunque, l’esperienza umana si è fatta camminando. La nostra lingua conserva quest’immagine, infatti si dice "Che cammino sta facendo questo giovane?" Ma i giovani lo sappiamo, non camminano più, però la lingua dice ancora "un bel cammino verso…".

Passiamo ad un altro cambiamento epocale: cambia il modo di muoversi.

Ci si muove non più nel territorio, ma considerando la fisicità come ostacolo che ci impedisce di muoverci. Le Alpi nella concezione della maggior parte delle persone sono un ostacolo allo sviluppo o al traffico. Quindi, dobbiamo perforare, bucare, ma le montagne che noi buchiamo sono una cosa incredibile e c’è un rapporto fra tutti questi buchi che stiamo facendo. E’ la questione della fisicità, del corpo bucato o non bucato.

Tutto il nostro viaggiare è diventato un modo di incorporarsi in un mezzo, un veicolo, in un posto e uscirne in un altro, tutto quello che sta in mezzo è tempo perduto e non-spazio. Mi imbarco all’aeroporto di Roma ed esco ad Edinburgo o in Africa o ovunque voglio. In mezzo c’è uno strano volo che è non-tempo, non-spazio. Ma anche in automobile ormai ci incorporiamo e arriviamo, il viaggio stesso non conta più.

La conseguenza è che quello che conta è il prodotto, il risultato, il fare, l’arrivarci non conta niente. Si tratta di una gravissima scelta. Quando a Lessing, uno dei grandi illuministi tedeschi, è stato chiesto: "Che cosa preferisci: la verità o la ricerca della verità?", ha risposto: "La ricerca della verità", perché a lui piaceva ricercare, mentre noi vogliamo il prodotto. Una cultura tutta diversa, per cui lui afferma che la grandezza dell’uomo è il cercare non il trovare. Allora il viaggiare è molto più importante dell’arrivare, o come diceva Bertold Brecht "è molto più importante il giusto camminare che la giusta direzione" con un detto contro Stalin che stava nella giusta direzione. Il risultato di tutte queste scelte di valori, in fondo, prendendo i risultati negativi (poi ci sono anche quelli positivi) sono attività e brutalità, perché il fare non conta più.

Dobbiamo quindi rivalutare la gioia del fare contro l’orgoglio del prodotto, contro l’orgoglio dei risultati, non contano tanto i risultati quanto quello che si sta veramente facendo. Se ci si mette in moto e non si arriva a Città di Castello va benissimo, purché si sia in moto a fare qualcosa strada facendo.


Franco La Cecla
Le radici delle tecnologie nei desideri collettivi


Il mio mestiere mi spinge a fare un po’ il bastian contrario. Una delle cose di cui mi occupo è non di come la gente dovrebbe vivere e pensare , ma di come effettivamente vive e pensa. La gente non fa come dovrebbe fare e non pensa quello che dovrebbe pensare ma vive.

L’antropologia è una disciplina che si occupa del "comunque", cioè di come comunque vanno le cose e non di come dovrebbero andare. E’ interessante essere in un posto che si chiama Fiera delle Utopie Concrete perché in qualche modo c’è il "comunque". Non è un’utopia, ma un’utopia concreta, uno stimolo, una contraddizione in termini. Sento un certo fastidio quando mi trovo con alcuni miei amici, anche ambientalisti, che con l’orgoglio di sentirsi pochi ti fanno capire che sono loro che sanno come va il mondo. Questo ragionamento non mi affascina più, anzi mi angoscia. Preferisco capire come funzionano le maggioranze piuttosto che le minoranze, capire perché il mondo comunque va male, perché la gente preferisce bere, fumare, avere l’automobile piuttosto che non avercela. Mi interessa perché le persone, nella loro esperienza quotidiana, scelgono delle cose piuttosto che altre, anche se queste altre sembrano migliori.

Sono convinto che la gente quando fa delle scelte ha delle motivazioni che dobbiamo capire, e non che il popolo è un popolo bue, che vede la televisione o compra perché la convincono. Il mio mestiere è capire come si muove la gente non come dovrebbe muoversi. Per questo non faccio più politica, non m’interessa convincere gli altri a cambiare, preferisco convincere me stesso a capire perché gli altri vivono in un certo modo. Uno degli argomenti su cui ho litigato in passato con mio amico Wolfgang Sachs, grande fautore della sufficienza, è che considero la velocità un grande sogno dell’umanità. Se la gente si è imbarcata in questa avventura è perché nel profondo vuole realizzare questo sogno.

Questo è vero più in generale: tutte le tecnologie con cui abbiamo a che fare oggi affondano in qualche sogno sognato da una maggioranza di persone. Non mi vergogno a dire che ho passato parte della mia infanzia a sognare di avere uno strumento portatile con cui chiamare. Adesso l’hanno fatto. Questo non vuol dire che la tecnologia corrisponde al sogno, molto spesso è una riduzione del sogno, però è frutto dei sogni sognati, dei desideri collettivi. Noi non siamo molto diversi dai greci o dagli indiani, siamo affondati nella mitologia e gran parte delle cose che desideriamo, per esempio il fascino della velocità, da sempre hanno fatto parte del universo umano e si ritrovano puntualmente in tutti i miti.


Peter Kammerer

Sono d’accordo quasi su tutto tranne che su una cosa: Non mi preoccupa per niente, se noi siamo i giusti e gli altri i cretini.
Se tu, da antropologo, hai un occhio per vedere le assurdità dei popoli lontani, ti invito a vedere le assurdità che facciamo qui. Dobbiamo capire che cosa deforma i nostri sogni, non basta dire che l’automobile ha radice nei sogni, il mito della velocità poteva esprimersi in tante altre cose, perché nell’automobile?


Enrico Euli
Il mito della sicurezza ci impedisce di vivere

Considero la mitologia e il mito della sicurezza come ciò che più ostacola e ostacolerà la possibilità degli esseri umani di giocare e di vivere. La falsa promessa di uscire dalla "società del rischio" e di mettere in sicurezza l’umanità in realtà fa si che noi ci impediremo definitivamente di giocare e di vivere. Il giocare non è solo fantasticare, così come i miti sono ciò che di più reale ogni essere umano ha nel costituirsi come società, nel pensarsi come forma di vita. La metafora non ha nulla di illusorio, noi viviamo quotidianamente dentro metafore e quindi varrebbe la pena di approfondire il rapporto fra immaginario e realtà, perché le due cose, in particolare nel gioco, sono strettamente integrate.

Non voglio perdere tempo spiegando quanto viviamo in contesti sostanzialmente militarizzati, perché questo è evidente, continuiamo a reagire a quello che sta accadendo attraverso un aumento della sicurezza, un aumento della richiesta di sicurezza. La mossa sicuritaria è uno dei punti su cui centro destra e centro sinistra vanno veramente a braccetto, la costruiscono entrambi con grande facilità, e sarà la nostra tomba se continuiamo ad assecondarla.

La messa in sicurezza del tempo. Gran parte dei conflitti che abbiamo con i bambini e anche con altre civiltà, nasce da conflitti legati al tempo. E’ un conflitto, quello con il tempo, che è importante che il sud non perda - il diritto alla siesta, il diritto al non lavoro, il diritto all’ozio, diventeranno, e sono già, fattori di ricchezza per la vita delle persone.

Il nostro tempo è totalmente divorato dal lavoro e dalla produzione, il tempo per giocare è marginale ed è per lo più regolato da dinamiche di consumo, quindi è importante fare entrare il tema della mobilità e del controllo dei nostri costi in movimento - che è l’ultima fase della cosiddetta biopolitica cioè della costruzione microfibrica del potere - sulla nostra vita quotidiana, l’ipotesi cioè che la politica ormai si faccia nel controllo quotidiano dei nostri comportamenti. Né ha parlato con grande anticipo Michel Foucault. Il fatto che dopo l’11 settembre le uniche aziende che in borsa sono salite oltre a quelle militari erano quelle biometriche, cioè quelle che misurano e controllano i nostri passaggi di mobilità nel mondo, ci fa capire che siamo entrati in una dimensione in cui le telecamere, i controlli satellitari ecc.. tengono la mobilità sotto controllo. In tre dimensioni quindi, mente-corpo, spazio e tempo siamo arrivati ad un mito del controllo, di un controllo completo. Sono tre elementi che costituiscono l’idea di vita sociale come vita sociale ordinata, sicura. Il paradosso è che questa messa in sicurezza della vita ci rende insicuri, aumenta l’insicurezza personale globale.

Questo non è solo il complotto di poche aziende, o delle "forze del male", ma ha a che vedere con il modo in cui noi costruiamo questo mito della sicurezza nel nostro agire, attraverso la nostra attività educativa, attraverso l’attività di movimenti sociali condivisi, cioè quanto noi collaboriamo alla costruzione di questo modello. Molti interventi nella conferenza di stamattina sulla "Mobilità sostenibile per città amiche dei bambini" purtroppo aderiscono a questo modello sicuritario, cioè partono da una visione del bambino come essere minore da proteggere e da difendere attraverso strumenti di controllo da parte del mondo degli adulti.

L’idea che la vita è la costruzione di ordine e di sicurezza si fonda su una grande paura del conflitto, tanto da cercare di evitarlo sempre. Nasce lì l’ansia di sicurezza e l’obiettivo che i conflitti debbano essere prevenuti. La prevenzione del conflitto è un motivo molto potente che definisce anche la nostra immagine di pace, vista come quiete, armonia, ordine sociale. Alla base c’è una cultura secondo cui la sicurezza è quella situazione in cui nessuno teme più nulla e tutti sono in ordine. Con questo tipo di ideale, di mito, di armonia, un’armonia a-conflittuale o pre-conflittuale in cui il conflitto deve essere sempre evitato andremo a cercare di eliminare qualsiasi fattore di insicurezza dalla propria vita.

Nell’ambito della mobilità per esempio la spinta verso sempre più sicurezza ha dei risultati ambigui. Auto sempre più prestigiose, grandi e potenti vanno sempre più veloci. La velocità che crea insicurezza in questo tipo di ordine e di quiete come anche l’aumento della concentrazione di traffico nell’ambito urbano ed extra-urbano. Immettiamo degli elementi di insicurezza pur continuando ad avere il mito della sicurezza e dell’ordine.

Ma come rispondiamo a questa insicurezza che noi stessi produciamo attraverso l’aumento della velocità e della quantità di mezzi e di esseri umani in movimento? Rispondiamo attraverso l’ordine di sicurezza, cioè perdiamo il controllo per riacquisirlo in modo tecnico, lo perdiamo in termini relazionali e contestuali e lo riacquisiamo attraverso tecniche di controllo delle persone. Questa modalità è veramente reazionaria nel senso che il disordine che si crea a livello contestuale e relazionale si cerca di risolvere a livello individuale, creando un mostro. Allocando la soluzione al livello individuale si toglie valore al livello a cui il problema nasce e dovrebbe essere affrontato, quello contestuale e attuale. In questa confusione noi restiamo paralizzati.

La modalità principale attraverso cui la mobilità ci rassicura è la prevenzione. Cosa crea il fatto che esistono delle grandi automobili, che esistono delle strade, che la città e i luoghi di trasporto sono totalmente militarizzati, il fatto che devi avere una patente, che devi avere un’assicurazione, il fatto che entri dentro apparati burocratici che certificano il fatto che tu possa muoverti o meno?

Entri in un modo di vita dove per muoverti devi avere la patente, non puoi muoverti senz’auto. Nelle strade il pedone o il ciclista non si possono muovere, non solo nelle autostrade, ma neanche in tangenziale e neanche nelle strade normali. Nelle grandi città, devono esserci le zone pedonali e le piste ciclabili, per permettere di muoversi a piedi o in bicicletta: questa è la soluzione tecnica a livello individuale di un problema contestuale.

Ghettizziamo i luoghi di gioco in modo che altri possano andare in macchina, burocratizziamo i fatti, perciò devi avere dei permessi d’accesso di cui prima non avevano bisogno, la possibilità di partecipare è delegata agli organi di settore. Nel giocare questo è evidente, oggi si può giocare in palestra, nei campi sportivi, per chi lo ha, nel cortile di casa, se non ci sono macchine parcheggiate. Altrimenti si deve litigare con il capo condomino ed entrare nei regolamenti condominiali e discutere con gli adulti che si incontrano ogni mese e discutono su come cementificare il cortile.

Il secondo livello ben più pericoloso per la nostra cultura è l’idea di protezione.

Pensate di cosa ha bisogno la strada! Ci sono i guard-rail, la segnaletica, i passaggi pedonali, tutto ciò per proteggere l’utente. Visto che abbiamo costruito un sistema pericolosissimo, rassicuriamo il singolo attraverso una serie di istruzioni e di segnaletica protettiva. Tutta questa segnaletica ci mette una paura da morire, se voi leggete i cartelli luminosi dentro le tangenziali che ti dicono due su venti muoiono perché erano ubriachi, quattro su venti muoiono perché dormivano, l’effetto più che altro è una reazione di avversione e di trasgressività. Costruiamo contesti immunizzanti e immunizzati. Solo, come sappiamo, il Novecento è il secolo delle malattie auto immuni, cioè quando si eccede di immunizzazione, il sistema immunitario produce malattie al suo stesso corpo, autorivoltandosi. La sicurezza stradale, mi pare, produce malattie da auto-immunizzazione, tanto che la socialità si perde, la mobilità si perde, quanto più la proteggi. Se la protezione supera una certa soglia, quella protezione ammazza la vita.

Il terzo livello è quello della penalizzazione, cioè la singola persona che non accetta la prevenzione e la protezione, viene punita. Utilizziamo le penalità per costringere le persone a seguire le regole che non ritengono accettabili a livello di protezione. Non vedendole come la soluzione, ma il problema, le trasgrediamo e la società ci punisce. Questo tipo di reazione penalizzante determina un aumento dell’insicurezza sociale perché è chiaro che, se la protezione aumenta l’insicurezza e il rifiuto della protezione aumenta la penalizzazione, le persone vivranno il concetto della mobilità come contesto terroristico. Io ho preso il motorino perché non volevo né la targa né la patente, ora ho il motorino, devo pagare l’assicurazione, fra poco mi costringeranno anche a prendere la patente e girare col casco. Tutte queste cose vengono presentate come dinamiche di protezione pura, come tutti i contesti educativi che si fanno per il bene del soggetto.

L’ipotesi è che dovremmo aumentare il valore dei legami sociali perché solo dentro una confiducia la sicurezza può crescere. E’ inutile continuare a pensare e a sviluppare l’idea che se aumento la sicurezza dentro quell’aumento di sicurezza salirà la fiducia. La specie umana funziona al contrario, dentro la fiducia cresce la sicurezza, sono i legami sociali che fanno nascere processi di condivisione, di fiducia e di sicurezza.

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